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"PROFUMO D'INCENSO"
É a partire dalla fine che spesso
una vita riceve la sua luce. Questa constatazione è
doppiamente vera per un uomo che il 13 giugno 1999 venne proclamato
beato a Varsavia da Giovanni Paolo II in occasione del suo
ottavo viaggio in Polonia. Quest'uomo sarebbe rimasto sconosciuto,
se non fosse giunto agli onori degli altari. Ma ora la sua
vicenda getta un'ennesima luce nel tanto buio capitolo della
storia tedesca di questo secolo. E anche nella vicenda umana,
la sua fine manifesta chi è stato e per che cosa è
vissuto.
Stiamo parlando di Aniceto Koplin, un cappuccino finora sfuggito
alle cronache del mondo. Nato il 30 giugno 1875 in Preußisch-Friedland
(oggi Debrzno) nella provincia di Prussia occidentale (Westpreußen)
in Germania, una città confinante con la Polonia in
cui forte era anche la presenza polacca.
Forti in particolare erano i rapporti tra i pochi cattolici
tedeschi della zona e il gruppo dei polacchi soprattutto a
causa della comune fede cattolica, che dava loro l'occasione
di partecipare alle stesse liturgie e di condividere anche
gli stessi lavori. Il piccolo Adalberto, il nome che gli venne
imposto nel battesimo, era il piú piccolo di 12 fratelli,
di una famiglia tutt'altro che benestante che si manteneva
con lo stipendio del padre operaio. Adalberto, o semplicemente
Alberto, come tutti lo chiamavano, conobbe anche i cappuccini
noti in quel tempo per il loro apostolato sociale e ne ebbe
anche un'esperienza diretta nella sua giovinezza. Il 23 novembre
1893 egli entrò nel lontano convento dei cappuccini
di Sigolsheim nell'Alsazia (nella Prussia tutti i conventi
cappuccini erano stati soppressi) appartenente alla provincia
Renano-Wesfalica, e ricevette il nome di Aniceto (l'invincibile).
Il giorno dell'Assunta del 1900 venne consacrato sacerdote
per svolgere poi il suo ministero innanzitutto a Dieburg,
poi lungamente nella regione della Ruhr (Werne, Sterkrade,
Krefeld) come assistente per la gente polacca. A casa aveva
infatti un po' studiato polacco e l'aveva poi migliorato personalmente
durante gli anni di studio, sfruttando anche una volta il
periodo di ferie presso la sua sorella che viveva in Polonia
per trascorrere un periodo in un ambiente polacco. Nel suo
apostolato nella zona della Ruhr la sua conoscenza della lingua
polacca gli era molto utile, come anche la sua origine da
una famiglia di operai. Egli riusciva a capire la gente operaia,
e viceversa essi capivano lui. La vicinanza affettiva alla
Polonia, non diminuiva però il suo amore per la Germania:
era un uomo di frontiera, ma anche un patriota. All'inizio
dello scoppio della prima guerra mondiale compose delle poesie
a favore della guerra, composizioni che oggi ci imbarazzano.
Ma anche questa sua capacità poetica piú tardi
pose a servizio dei poveri che divennero sempre di piú
l'unico obbiettivo della sua attività pastorale.
La svolta fondamentale nella vita di p. Aniceto avvenne nel
1918 a Krefeld quando gli venne rivolta la richiesta di rendersi
disponibile per la riorganizzazione della vita ecclesiale
e dell'Ordine a Varsavia. Con entusiasmo accettò questa
sfida. Dopo lunghi anni di dominio zarista, la Polonia aveva
ritrovato la sua libertà. Però la situazione
economica era disastrosa e molti erano i poveri e le famiglie
che vivevano nella miseria. Né molti erano i grandi
ricchi, come vediamo oggi nelle situazioni contraddittorie
di paesi quali il Brasile, il Messico, l'India. P. Aniceto
si fece mediatore tra questi due gruppi. Senza chiedere nulla
per sé, sempre con il suo povero saio e con i sandali,
lo si vedeva sempre a piedi per le strade di Varsavia a chiedere
la carità per i suoi poveri. E ciò che poteva
ricevere riponeva nelle profonde tasche del suo mantello:
pane, salsicce, frutta, verdura, dolci per i bambini. Spesso
si caricava sulle sue spalle pesanti pacchi o trascinava grandi
valige piene di beni di prima necessità. Il 25 gennaio
1928 scrive al suo provinciale padre Ignazio Ruppert: "Un
particolare impegno, che rappresenta spesso un lavoro gravoso,
costituiscono per me i numerosi poveri e la molta gente qui
senza lavoro, per i quali quasi giornalmente esco per la questua".
Era stimato per questo come "san Francesco di Varsavia".
Non si è lontani dal vero se si interpreta la sua attività
di questuante per i poveri come un'espressione di attività
sportiva.
Fin dalla sua giovinezza egli si era esercitato giornalmente
nel sollevamento dei pesi. In occasione della preghiera di
mezzanotte, tradizione che per ogni frate iniziava dal noviziato,
egli, prima della preghiera o dopo essere tornato in camera,
si esercitava nella sua specialità. La sua costanza
lo portò ad una grande potenza muscolare cosí
da poter fare cose straordinarie, con la gioia dei suoi confratelli
o a vantaggio dei poveri o anche a servizio dell'attività
pastorale. Cosí alzava tavoli e banchi o mostrava le
sue capacità nelle feste paesane per poi passare con
il "cappello" (zucchetto) chiedendo la ricompensa
per i suoi poveri. Si racconta che un poliziotto violento
con la sua moglie e i suoi bambini, nonostante le sue ripetute
confessioni, non riusciva a migliorare il suo carattere aggressivo.
Un giorno padre Aniceto lo portò in sagrestia, lo prese
per la cintura e lo sollevò sopra la sua testa urlandogli:
"Vedi cosa posso farti? E che farà Dio con te
se continui ad essere cosí violento?". La lezione
fu efficace, il poliziotto si liberò dalla sua violenza.
Quando padre Aniceto non era in giro per i suoi poveri, sedeva
spesso nel confessionale della chiesa dei cappuccini di Varsavia.
Ogni mattina iniziava a confessare un'ora prima della messa
e vi restava per tutta l'ora seguente, e di nuovo alla sera,
quando ritornava in convento dalla sua questua. Svolgeva questa
attività piú volentieri che predicare, richiesta
quest'ultima che gli veniva rivolta soltanto di rado dal superiore,
a causa della sua conoscenza limitata del polacco.
Ai molti sacerdoti che venivano al suo confessionale impartiva
delle brevi ma molto efficaci ammonizioni in latino; egli
venne scelto come confessore dai vescovi Gall e Gawlina, e
anche dal cardinale Kakowski e dal nunzio apostolico Achille
Ratti, il futuro Pio XI. Come penitenza normalmente imponeva
di fare un'elemosina per i poveri, penitenza data anche al
cardinale Kakowski al quale impose di donare durante il tempo
invernale un carro di carbone per una famiglia povera.
Padre Aniceto si prese cura dell'anima e del corpo degli altri.
Chiedeva ai ricchi pane per i poveri, ma invitava questi a
pregare per sé e per i ricchi: davanti a Dio ognuno
porta la responsabilità dell'altro. Di grande significato
era vedere davanti al suo confessionale officiali dell'esercito
accanto ai contadini, donne eleganti vicino a povere vedove.
Il cappuccino aveva lo stesso amore per tutti. La notizia
che qualcuno era morente lo faceva correre al suo capezzale
per consolarlo e portargli i sacramenti della confessione
e della comunione. E se qualcuno moriva abbandonato da tutti,
egli si prendeva cura anche della sepoltura. Spesso prendeva
parte ai riti funebri e alla processione verso il cimitero,
pregando lungo la via il suo breviario o il rosario, e a volte
succedeva che tanta era la sua immersione in Dio da non accorgersi
dell'entrata del cimitero cosí da andare oltre mentre
il corteo funebre svoltava verso il camposanto.
Aniceto Koplin era di nazionalità tedesca. Non lo nascondeva,
nemmeno quando la politica di Hitler aveva iniziato a rivelarsi
inaccettabile. Quando si trovava a discutere con i suoi confratelli
egli spesso batteva i pugni contro il tavolo parlando degli
avvenimenti politici della Germania. Aveva intravisto e capito
lo spirito anticristiano del nazionalsocialismo e la sua visione
demoniaca del mondo. Per Aniceto non si poteva entrare a patti
con questa corrente politica. Avendo sperimentato fin dalla
sua giovinezza l'onestà e la fede della gente polacca,
non poteva non schierarsi dalla loro parte, fino ad assumere,
animato da una radicale solidarietà, il nome di Koplinski.
Durante la prima settimana dell'occupazione tedesca in Polonia,
egli rimase in convento. Ma subito lo si vide impegnato nell'aiuto
ai suoi poveri e anche a coloro che dovevano fuggire a causa
della violenza nazista. Dall'ambasciata tedesca, utilizzando
la sua conoscenza del tedesco, ottenne i necessari permessi
per ottenere viveri, vestiti, scarpe e medicine. Il padre
Koplinski si impegnò anche per i cristiani non cattolici
e per gli ebrei, cosa testimoniata dall'arcivescovo Niemira.
Per la Gestapo i cappuccini e in particolare p. Koplinski
erano fumo negli occhi. Il giorno dell'Ascensione del 1941
ebbe luogo il primo interrogatorio. Il cappuccino prussiano,
senza paura e con molta franchezza, come era sua abitudine,
espresse un giudizio molto pesante: "Dopo quello che
Hitler ha fatto in Polonia, io mi vergogno di essere un tedesco".
È possibile ritenere che il padre cappuccino avrebbe
salvato la sua vita, se si fosse appellato alla sua cittadinanza
tedesca. Ma non sembra, per quanto sappiamo, che abbia tentato
questa via di uscita, che poi avrebbe contraddetto la schiettezza
e lo spirito di sacrificio che contraddistingueva la sua persona.
Sta di fatto che il 28 giugno 1941, il giorno dopo l'attacco
aereo a Varsavia, venne arrestato insieme ad altri 20 confratelli
e rinchiuso nella prigione di Pawiak. Motivo dell'arresto
era di aver letto fogli propagandistici antinazionalsocialisti
e di aver espresso idee contrarie al nuovo regime.
Arrestati vennero rasati dei capelli e della barba e spogliati
anche dei loro abiti religiosi, tuttavia fu concesso loro
di conservare il breviario. Il padre guardiano e p. Aniceto
furono torturati per spingerli ad autoaccusarsi, senza però
riuscire a strappar loro l'ammissione di aver istigato la
gente alla ribellione contro il regime. Egli rimase fedele
alla sua vocazione di religioso e di sacerdote, anche dinanzi
alle minacce e alle rappresaglie; ne fa fede quanto dichiarò
apertamente durante gli interrogatori: "Sono sacerdote
e dovunque vi siano uomini, io là opero: siano essi
ebrei, polacchi, e ancor piú se sofferenti e poveri".
Il 3 settembre furono caricati tutti in un carro bestiame
per essere trasportati ad Auschwitz, dove ricevettero la tanto
tristemente famosa casacca a strisce e un numero di prigionia.
Era stata strappata loro la dignità di persone per
essere ridotti ad un numero tra le migliaia di altri prigionieri.
Avendo 66 anni P. Aniceto venne destinato nel blocco degli
invalidi, che a sua volta era vicino a quello dei destinati
allo sterminio. Non sappiamo bene quali soprusi e maltrattamenti
egli dovette sopportare durante le cinque settimane che seguirono,
ma lo possiamo un po' ricostruire dai racconti che riportarono
i sopravvissuti. Possediamo però la testimonianza diretta
del suo provinciale e compagno di prigionia p. Arcangelo,
il quale racconta che "p. Aniceto, appena giunto all'entrata
del campo di concentramento, venne bastonato perché
non riusciva a tenere il passo degli altri; oltre ciò
fu azzannato anche da un cane delle SS. Durante l'appello
il frate cappuccino venne messo insieme agli anziani e a coloro
che non potevano lavorare e collocato nel blocco vicino a
quello dei destinati alla morte. Durante tutto questo periodo
di sofferenze p. Aniceto ha pregato e taciuto, mantenendo
costantemente la pace e il silenzio".
Questa testimonianza è sufficiente per farci intuire
che il padre cappuccino, dopo aver spesso celebrato la via
crucis e aiutato altri a portare la loro croce dietro Gesú,
viveva quel momento tragico della sua esistenza unito a Gesú
e come sentiero doloroso verso il Golgota. Colui che fino
a poco tempo prima aveva urlato per difendere i poveri e condannare
il peccato, ora taceva e pregava. Prima di essere portato
alla camera a gas, diceva ancora ad un amico: "Dobbiamo
bere fino in fondo questo calice".
Il 16 ottobre gli aguzzini dopo aver allestito un breve processo,
buttarono il p. Aniceto insieme ad altri prigionieri in una
fossa e gettarono sopra di loro calce viva; una morte atroce,
poiché la calce sprigiona una violenta attività
corrosiva sui corpi vivi fino a consumarli come fosse fuoco.
Dopo essere vissuto povero ed essersi impegnato per i poveri,
Aniceto Koplin ha incontrato sorella morte nella piú
totale povertà.
Esternamente era stato spogliato di tutto anche della sua
carne, ma internamente rimase ricco di un tesoro che nessuno
mai gli avrebbe potuto strappare: la fede, la dignità,
l'attenzione amorosa agli altri. È morto nella speranza
della resurrezione e nella fede che anche la sua sofferenza
e atroce morte costituiva un aiuto per riconciliare gli animi
divisi della Germania e della Polonia, dei giudei e dei cristiani,
dei cattolici e dei protestanti, dei poveri e dei ricchi.
Leonardo Lehmann
Nella liturgia viene ricordato il 12.giugno |