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Matteo Pittavino (Angelico da None), servo
di Dio. Nacque a None (Torino), primo di otto figli, il 28
maggio 1875, da Andrea e da Francesca Valentino, agricoltori.
Educato cristianamente, fu ragazzo di spiccata intelligenza
e diligenza, e, tuttavia, vivacissimo di temperamento incline
all'impulsività. La sua vocazione religiosa fu contrastata
dal padre, che gli rispondeva: "Prete, sí, frate,
no!". Perciò a 15 anni indossò la talare
nel Seminario Maggiore di Chieri, ma dopo la morte del padre,
il 2 ottobre 1892, vestí l'abito dei cappuccini nel
noviziato di Racconigi, venendo ordinato sacerdote il 18 dicembre
1897. Fu per 15 anni professore di teologia. Nominato ministro
provinciale dei cappuccini del Piemonte a soli 33 anni, cercò
con l'esempio e la parola di ridare rilancio alla vita francescana
di preghiera, povertà e ardore apostolico.
Nel 1914 poté finalmente realizzare il suo sogno di
vita missionaria, che lo aveva portato tra i cappuccini e
mai dimenticato, e cosí fu per quasi 30 anni missionario
in Eritrea e in Etiopia. In Eritrea, a Cheren, tra i popoli
Bileni, visse il periodo aureo della sua attività apostolica.
Amò teneramente i nativi e ne ebbe il loro amore imperituro,
facendosi uno di loro, adattandosi ai loro cibi, riposando
su di una stuoia, camminando sempre a piedi nudi. Come rettore
del seminario di Cheren portò il numero dei seminaristi
da 2 a 60, formandoli culturalmente e spiritualmente, perché
fossero gli apostoli della loro gente. Ogni sabato e domenica
mandava a due a due i seminaristi nei villaggi ad insegnare
il catechismo. Per facilitare la cultura dei seminaristi scrisse
trattati di teologia dogmatica, di morale e di filosofia.
Disseminò la zona di cappelle, fondò stazioni
missionarie. Con la cura degli infermi, le scuole, le frequenti
visite ai villaggi, fatte da lui e dai seminaristi, riuscí
a portare alla fede cattolica oltre 6.000 Bileni. Durante
un'epidemia ("spagnola") e susseguente carestia
(1919-21) compí veri eroismi di abnegazione, e la sua
fede seppe ottenere dal Cielo aiuti insperati.
Passato nel 1937 in Etiopia, fu per un anno vicario generale
ad Harar e insegnante nel seminario; quindi fu ad Addis Abeba
vice-superiore alla pro-cattedrale, dove continuò a
farsi tutto a tutti, italiani ed etiopi, tanto da essere chiamato
"frate tuttofare!".
Internato, per le vicissitudini belliche, nel campo di concentramento
di Mandera (Somaliland), continuò, nonostante il clima
torrido, a portare il suo pesante saio cappuccino, a dare
aiuto e conforto ai compagni di prigionia. Scrisse poi che
il suo spirito mai aveva goduto di tanta pace e serenità
come allora. Espulso dall'Etiopia insieme con gli altri missionari,
nel 1943 ritornò in Italia, si ritirò nel convento
di Bra (Cuneo), dove rimase fino alla morte, trascorrendo
il suo tempo nella preghiera, nel ministero della predicazione
e del confessionale.
Dopo mesi di grandi sofferenze, spirava santamente a Bra il
15 gennaio 1933. Dal giugno del 1978 la sua salma riposa nella
chiesa dei cappuccini di S. Maria degli Angeli in Bra. Negli
anni 1966-76 furono istruiti i processi ordinari informativi
sulla fama di santità a Torino e ad Asmara e negli
anni 1982-83 il processo cognizionale sulle virtú in
specie a Torino.
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