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Carlo da Motrone, venerabile. Missionario
popolare dei minori cappuccini, Carlo, al secolo Giusto Grotta,
nacque a Motrone (Lucca) nel 1690, probabilmente il 4 febbraio,
e prese l'abito religioso nel convento della Palanzana (Viterbo)
il 7 novembre 1709. Dopo l'usuale corso di studi filosofici
e teologici compiuti a Bagnoregio e a Roma, fu ordinato sacerdote
(1717) e, non essendogli stato consentito di andare missionario
nel Congo, si diede alla predicazione. Tra il 1724 e il 1726
fu cappellano militare sulle galere pontificie della darsena
di Civitavecchia e quindi governò, in qualità
di guardiano, i conventi di Gallese (1726) e di Farnese (1733-34).
La sua attività di missionario si svolse, per un periodo
di quarant'anni, nell'ambito del Lazio e dei territori confinanti
dell'Abruzzo, delle Marche, dell'Umbria e della Toscana. Egli
vi attese con le prerogative di capo-missione e, per incarico
di papi e vescovi, quasi ovunque esercitò il suo ufficio
di predicatore e confessore a favore del clero e delle claustrali.
Risulta che egli tenne quattrocentosedici corsi di missioni
della durata di quindici-venti giorni ciascuno, quarantadue
quaresimali, trentuno avventi, circa cinquecento corsi di
esercizi al clero e a comunità femminili e quasi altrettanti
al popolo. Morí a Viterbo il 28 aprile 1763, mentre
predicava gli esercizi spirituali alle fanciulle del conservatorio
di S. Francesca Romana, e fu sepolto nella chiesa cappuccina
di S. Paolo. Il processo informativo ebbe luogo a Viterbo
e a Roma nel 1772; il 23 febb. 1782 Pio VI firmò il
decreto per l'introduzione della causa di beatificazione.
Il metodo seguito da Carlo da Motrone ebbe molti punti di
contatto con quello di s. Leonardo da Porto Maurizio: insistenza
sui novissimi, istruzione catechistica e pacificazione delle
anime mediante la confessione ne furono i cardini. Sentendosi
"un missionario dei poveri", preferiva predicare
nei villaggi e nei piccoli paesi, e reclamava migliori condizioni
di vita per i bisognosi, promuovendo ovunque l'assistenza
caritativa: sotto alcuni aspetti, la sua opera ebbe una portata
sociale che precorre i tempi. Non tollerava i "ladri
del Crocifisso" tra gli ecclesiastici, ai quali ricordava
il grave obbligo di curare l'istruzione religiosa del popolo
e di amministrare convenientemente i sacramenti: dove fu possibile,
come per esempio a Rieti, diede vita ad associazioni di sacerdoti
incaricati dell'insegnamento del catechismo. Per rendere duraturo
l'effetto delle missioni, promosse varie forme di devozione
popolare verso la S.ma Trinità, la Passione, l'Eucaristia
e la Madonna della Vittoria, il cui culto sopravvive ancora
oggi in molti paesi del Lazio.
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