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IN PRINCIPIO FU L’ACQUA

Parlare dell’acqua potrebbe sembrare la cosa più banale, dato che si tratta del minerale più diffuso e più effuso del mondo (almeno il “nostro”). Vista però l’importanza che essa ha avuto e ha per l’uomo, è bene parlarne, anche perché il 22 marzo è stato proclamato dalle Nazioni Unite Giornata Mondiale dell’Acqua. E’ bene parlarne non tanto per dire che simboleggia la purezza (quando non è contaminata!), denunciarne la mancanza, lo spreco che se ne fa nei Paesi civilizzati (dove si spreca un po’ di tutto, compresa la vita), il poco accesso consentito alla maggior parte della popolazione, le guerre che si profilano all’orizzonte per accaparrarsene, le morti dovute all’uso dell’acqua inquinata (realtà di cui si parla tanto e che tutti conoscono), ma per ricordare che uomo e acqua non solo sono vissuti in profonda simbiosi tra loro, ma che c’è addirittura chi crede che l’uomo sia nato dall’acqua.

Molti popoli africani (i nostri progenitori, stando alle recenti scoperte) erano più legati all’acqua che alla terra, se è vero che uno dei capi dei sorko - una tribù della valle del Niger - sposò un genio dell’acqua, divenendo padre di molte genti, e se in alcune nazioni, prima di costruire un villaggio o una semplice capanna, bisognava (e bisogna) interrogare i geni e gli spiriti dell’acqua, offrendo loro i dovuti sacrifici.
Un poema degli akan parla così dell’origine divina dell’acqua:“Il fiume attraversa la strada/la strada attraversa il fiume/Chi è più antico?/Abbiamo percorso il cammino/ e abbiamo incontrato il fiume/Il fiume esiste da secoli/opera del creatore del mondo…”
Molti popoli qualificano il loro dio “dispensatore di pioggia”. Per i masai il più bel regalo dell’Essere Supremo è la pioggia, che fa spuntare l’erba per le mandrie, mentre per i macua del Mozambico, Muluku, il loro dio, è colui che fa sorgere il sole e fa scendere la pioggia.
I chewa chiamano una delle loro divinità “arcobaleno”, che manifesta l’amore per gli uomini facendo piovere; mentre i shoma cantano un inno in cui è detto che “il Grande Spirito che ammassa le rocce, è lo stesso che fa nascere gli alberi e dà all’uomo la pioggia”.

Per i karimojong dell’Uganda, Akuj, il dio supremo, manifesta la propria onnipotenza in due modi: controllando gli spiriti e inviando la pioggia. I Sidamo ritengono Maganu e Batto gli esseri supremi della gerarchia celeste. Maganu è identificato con il cielo; Batto, la sposa, si interessa della terra, che produce i frutti con la pioggia che essa manda regolarmente.
Per gli zulù, dopo Unkulunkulu, dio creatore, viene la Principessa del cielo, una vergine straordinariamente bella e circondata di luce, che ha insegnato alle donne i vari lavori di casa. Essa si manifesta nell’arcobaleno, nella pioggia e nella nebbia.
Per i pokot l’Essere per eccellenza è Tororot, che vive tranquillo nel suo regno lontano, indifferente alle vicende degli uomini, ma tra gli spiriti da lui creati c’è Ilat, il più importante, perché è lo spirito dell’acqua.
La mancanza di acqua è considerata da molti un mezzo di cui l’Essere Superiore si serve per far capire agli uomini la sua volontà o per attirare la loro attenzione su qualcosa di molto importante. Durante un lungo periodo di siccità, per esempio, i masai scoprirono Ole Mweia, un anziano che diceva di essere stato incaricato di chiedere la pioggia e predire il futuro. Da lui è nata la casta dei profeti.

Sempre la siccità fu il motivo per cui l’imperatore del Mali si convertì all’Islam, mentre per i fang l’acqua è l’origine dell’uomo. “Il dio Mebegue - essi dicono - prese un pugno di creta, modellò una lucertola che per cinque giorni trattenne sulla sponda di uno stagno. Per sette giorni la tenne nell’acqua; all’ottavo giorno la tirò fuori e… il primo uomo era fatto”!

Caro Paolo, eccoti l’Editoriale. Per posta ho spedito due foto per il servizio sull’India: non trovo la prima, quella che va col titolo.
Un’altra cosa: sull’ultimo servizio, quello sul Roseto, metti il nome dell’autore: P. Innocenzo Massaro. Grazie di tutto e per tutto.

Egidio Picucci

 

 

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