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In Kenya e Tanzania

LE SETTE IN AFRICA: NUOVO FRONTE
MISSIONARIO DI NON FACILE ATTUAZIONE

L’Africa, il continente col maggior numero di battezzati all’anno, rischia di finire in braccio a una costellazione di sette che ingannano i cattolici con le loro luci artificiali. E’ un pericolo grave e, per molti versi, imminente. Se ne rende conto l’episcopato e se ne rendono conto, ovviamente, i missionari, che sanno di trovarsi di fronte a un attacco su vari fronti e che vorrebbe azzerare un secolo di evangelizzazione cattolica.
E’ chiaro che si deve dialogare con loro, ma non è facile sapere come e da dove cominciare.
A Githuri, uno dei tanti sobborghi di Nairobi, si sta insediando solidamente una setta anticristiana per soli uomini che si ispira alle tradizioni ataviche. I capi sostengono che soltanto la religione tradizionale può unire la gente che canta in kikuyu le lodi di Ngai (Dio). “Il movimento - ha scritto un missionario della Consolata che lavora in Kenya - non ha leaders, perché davanti a Dio si è tutti uguali. Gli adepti non credono in Cristo, ma gran parte della loro dottrina si rifà all’Antico Testamento. Si considerano dei “sansoni” redivivi, incaricati di salvare il mondo dai filistei cristiani”.
Agiscono in pieno centro cittadino, invece, i seguaci della setta Thai, che predicano la fedeltà coniugale in nome di Mugeba, creatore e protettore di tutti. Vi aderiscono molti giovani che percorrono a megafono vibrante le zone residenziali.

A Nyeri, nel cuore della terra kikuyu, a due passi dalla roccaforte cattolica costruita dai Missionari della Consolata nel luogo in cui arrivarono nel 1902, e che racchiude l’ospedale, le scuole, il seminario, la tipografia, alcuni istituti tecnici e la casa madre di una congregazione locale, è stata costruita nel 1989 una capanna-santuario in ricordo di Gikuyu e Mumbi, la coppia che ha dato origine all’etnia kikuyu.
Il santuario, che gli anziani fanno risalire all’iniziativa di alcuni mau-mau, i guerriglieri che si sono battuti per l’indipendenza del Paese, è frequentato non solo dalla gente comune, ma anche da esponenti politici che vogliono consultare le divinità tradizionali sacrificando una capra e “leggendo il futuro” nei dadi lanciati per terra.
In Tanzania, tanto per passare a un Paese confinante, il Ministero per gli affari Religiosi riconosce 150 chiese diverse, anche se in realtà esse sono molte di più; alcune non sono infatti elencate o perché poco numerose o perché di recente formazione. “Le cause che hanno portato alla frammentazione delle confessioni cristiane - ha scritto lo stesso missionario - sono molte e variegate: spesso vanno trovate in dissensi di taglio dottrinale e disciplinare; altre volte in rivendicazioni culturali, tribali e nazionaliste. Fanno breccia anche i guaritori e non mancano neppure fondatori per scopo lucrativo. In ogni caso, la sequela non manca mai”.
La sfida ha radici lontane, perché risale al 1864, l’anno in cui i Padri dello Spirito Santo arrivarono a Zanzibar, spostandosi poi a Bagamoyo, sulla costa tanzaniana, e infine nell’interno del Tanzania (allora Tanganika), preceduti dagli anglicani (1857) e seguiti dai luterani (1891).

La compresenza, cresciuta con l’arrivo dei Missionari della Consolata, provocò più d’un malinteso, soprattutto perché i primi arrivati non tenevano conto della delimitazione delle zone imposte dal governo coloniale tedesco. “In quei tempi - ha scritto lo stesso missionario - non alitava neppure un refolo ecumenico e si era fortunati se si riusciva a mantenere le missioni aperte dai Benedettini.
Dopo la seconda guerra mondiale in Tanzania sono arrivate altre confessioni cristiane che oggi si stanno frazionando in modo inverosimile: contrapposizioni, divisioni, aggregazioni si intersecano, creando gruppi autonomi di vario stampo e ispirazione”.
Sono nate, infatti, la Chiesa nazionale africana, ammodernata in Chiesa africana internazionale; la Full Gospel Bible Fellowship, e la Chiesa del Risveglio dello Spirito Santo.
Come in ogni altra parte del mondo, gli adepti hanno una grande foga propagandistica, svolta con i mezzi tradizionali (tamburi, danze, pulpiti nei mercati) e moderni (stampa, radio, televisione, videocassette, ecc.). Nonostante tutto, però, è generalmente rispettato il clima di convenienza e di rispetto. E’ assente, invece, ogni aspirazione ecumenica, come s’è potuto capire dal rifiuto delle varie chiese a partecipare all’assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), tenuto ad Harare (Zimbabwe) nel 1998.
“L’Africa - ha detto il segretario generale del Cec, Konrad Raiser - è impegnata in un processo di distacco dalle strutture di dipendenza, dall’attesa che ogni guida e assistenza vengano dall’estero o dall’attribuzione delle colpe dei propri insuccessi a forze esterne. Essa sta sperimentando un nuovo processo di liberazione, di ritrovamento di fiducia in sé: tale processo attinge alle sorgenti della fede cristiana della sua gente”.

“Non possiamo nascondere la sofferenza che ci invade - confessa amaramente il missionario della Consolata - quando vediamo i nostri battezzati passare all’altra sponda. I nostri cattolici, infatti, sono la preda più ambita. Di fronte a certi abbandoni si resta umanamente frastornati.
Che cosa fare? Molti di noi sono da tempo impegnati nell’imbastire qualche dialogo: inviti a momenti di preghiera in comune, relazioni di buon vicinato, incontri biblici. Non si tralasciano richiami dal pulpito, perché è in agguato il pericolo del livellamento sincretista. Speriamo!
Pur continuando a proporre l’annuncio ai non cristiani (e sono ancora molti) e a consolidare le comunità parrocchiali, il dialogo con i non cattolici costituisce, comunque, un nuovo fronte missionario: un impegno sempre più urgente”.

Egidio Picucci

 

 

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