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P. Giambattista Aguggiari da Monza
fondatore delle cappelle del rosario
al sacro Monte sopra Varese (1604)
Nel libro Origine, e progresso delle cappelle, Fabricate nel Sacro Monte sopra Varese, rappresentanti li Misteri del Santissimo Rosario, pubblicato nel 1623 a Milano, presso Giacomo Lantoni, dai Deputati alla fabbrica delle cappelle del sacro Monte, il primo capitolo è intitolato: Chi sia stato l'Autore delle Cappelle del Santissimo Rosario nel Sagro Monte sopra Varese: e quali fossero i motivi, che l'indussero a questa impresa. Se altre fonti non fossero sufficienti per confermare che l'ideatore e l'autore delle cappelle del rosario edificate lungo la salita al sacro Monte è il cappuccino p. Giovanni Battista Aguggiari da Monza, basterebbe questo testo pubblicato mentre tutti i protagonisti erano ancora viventi. Questo ci permette di superare fin dall'inizio affermazioni recenti che tendono a negare questa paternità senza conoscere questo testo edito e numerosi altri documenti. Stabilire la paternità non è semplice esigenza di verità storica, ma è il presupposto indispensabile per comprendere le intenzioni con cui fu concepita e realizzata quest'opera di fede e di arte e, quindi, per capire il suo significato originario.
Per ricostruire la biografia di questo religioso cappuccino utilizzerò quanto ho già pubblicato non avendo a disposizione documenti nuovi 1.
1. Notizie biografiche
Dobbiamo, purtroppo, confermare che non abbiamo notizie sulla data di nascita, sul nome di battesimo, sull'infanzia, sugli studi giovanili, sulla data di ingresso nell'ordine e sull'ordinazione sacerdotale di p. Giambattista. Il suo cognome compare per la prima volta nel volume pubblicato da Cesare Tettamanzi nel 1614 2.
La prima notizia che potrebbe riferirsi a lui ed indicare che era già cappuccino si ricava da un episodio avvenuto nel 1586 nel convento di Casalpusterlengo. Narra il cronista che in quell'anno venne tanta neve che i frati si trovarono impossibilitati a procurarsi il cibo. I cappuccini interpretavano e vivevano nel modo più radicale la povertà per questo non potevano accumulare neppure il pane, ma dovevano raccoglierlo giorno per giorno. P. Giambattista da Monza "ch'allora era giovinetto e gagliardo" si offerse di sfidare il tempo inclemente per soccorrere i confratelli. La sua generosità fu premiata, perché non fece in tempo ad uscire dal convento che il pane comparve miracolosamente 3. Quando l'autore di questo testo scriveva, p. Aguggiari era ancora vivente ed anziano. Il fatto che venga ricordato senza sentire il bisogno di precisare ulteriormente l'identità potrebbe indicare che era molto noto ai confratelli e non aveva bisogno di altre specificazioni.
Dopo l'ordinazione sacerdotale fu destinato agli studi per diventare predicatore. Allora i cappuccini vivevano fortemente l'accentuazione eremitica e contemplativa che li aveva fatti staccare dagli altri francescani, negli anni 1525-1528, per intraprendere un'osservanza più stretta della Regola di s. Francesco d'Assisi. In conseguenza anche i predicatori erano pochi e forse per questo molto preparati ed incisivi. A riprova di questo basti pensare che nel 1596, nella provincia di Milano, i predicatori erano 36 contro 148 sacerdoti che non predicavano e 136 laici che non celebravano messa. Solo chi aveva grandi qualità spirituali e buona preparazione teologica veniva promosso alla predicazione. P. Giambattista doveva avere buone qualità.
Ulteriore conferma si ricava dal fatto che fu eletto superiore (presso i cappuccini il superiore del convento si chiama guardiano) dei conventi della Svizzera tedesca di Appenzell 1591-1592; di Altdorf 1592-1593. 1595-1596; nuovamente di Appenzell 1597-1598; di Lucerna 1598-1599 e di Schwyz 1600-1601 4.
In occasione dell'anno santo del 1600 ottenne di recarsi in pellegrinaggio a Roma. Prima di partire consacrò il suo viaggio alla Madonna che si venera nel convento di Lucerna. Allora i cappuccini non potevano viaggiare a cavallo, in segno di povertà. Per poterlo fare occorrevano motivi gravi e una dispensa che sicuramente non ottenne per pellegrinaggio. Se ciò rendeva un viaggio più lungo e faticoso dall'altra parte favoriva la visita dei santuari più celebri. P. Aguggiari ne approfittò e da ciò ricavò frutti spirituali ed un accrescimento della devozione mariana.
2. Origine e motivazioni delle cappelle del rosario
Nel 1602 o 1603 fu fatto guardiano del convento di Melzo, dove si conservava un'immagine miracolosa della Madonna. In quel luogo si ammalò gravemente. Invocò il soccorso della Madonna e fece voto, se fosse guarito, di fare qualche opera, allora ancora imprecisata, per promuove la devozione alla Vergine.
Nel capitolo provinciale celebrato nel maggio 1604, chiese di essere sollevato da ogni incarico per essere collocato in un convento più tranquillo. Proprio in quella occasione le monache del sacro Monte, benefattrici del convento di Varese (Casbeno), avevano chiesto un frate che si recasse da loro a tenere qualche predica. Anche in questo campo i cappuccini seguivano l'interpretazione più rigida della Regola di san Francesco che proibisce di frequentare i monasteri femminili e di occuparsi delle monache. Fu una eccezione grandissima aver acconsentito alla richiesta che escludeva però ogni altro ufficio, come la confessione delle monache, del resto non necessaria, perché il monastero aveva un suo cappellano. Il fatto poi che venisse scelto p. Aguggiari per predicarvi conferma ancora una volta le sue doti spirituali, la sua preparazione intellettuale e la stima che aveva presso i superiori e la popolazione.
Fu dunque destinato a Varese con quell'incarico. Vi giunse quando la stagione era ancora bella e numerosi pellegrini, singolarmente o a gruppi, salivano al Monte. Mentre anche lui percorreva quel sentiero osservava i pellegrini che, in modo assai disordinato e con poco frutto spirituale, salivano o scendevano. Basti pensare che il santo vescovo di Novara Carlo Bascapé, nel 1595, costatando i disordini che accompagnavano i pellegrinaggi dalla sua diocesi a Varese, proibì alle donne di età inferiore a 50 anni di parteciparvi.
A Varese la devozione personale alla Madonna, il voto fatto durante la malattia e la preoccupazione pastorale di aiutare i pellegrini si concretizzarono nel progetto di edificare le cappelle del rosario. Benché fosse stato in Svizzera ed avesse conosciuto il protestantesimo non troviamo traccia di questa motivazione suggerita da studiosi recenti, dediti a far passare per verità storica le ipotesi suggerite dai loro preconcetti.
Le cappelle del rosario di Varese hanno altra origine e significato. L'idea di una preghiera contemplativa ed itinerante faceva parte della spiritualità cappuccina, soprattutto lombarda. Già san Francesco sentiva il bisogno di dare plasticità ai misteri cristiani per poter percepire meglio la concretezza dell'amore del Signore e su questo costruire la contemplazione, gli affetti e i propositi di vita evangelica. Le rappresentazioni ricostruite nelle cappelle avrebbero svolto questo compito principale. Inoltre p. Aguggiari aveva conosciuto p. Mattia Bellintani da Salò (morto il 20 luglio 1611). Egli aveva scritto un'opera sull'orazione mentale che il suo amico san Carlo Borromeo proponeva ai capifamiglia della diocesi milanese. Per lo stesso santo aveva composto un piccolo libretto intitolato: Corone spirituali. Per l'attenzione in contemplare la Passione del Salvatore . Non aveva voluto si stampassero durante la sua vita proprio perché praticate dal santo. Il piccolo testo, elencando i particolari della passione del Signore, aiutava a meditarla durante il viaggio senza dover ricorrere a libri.
P. Aguggiari ebbe l'intuizione di rendere concrete tutte queste cose offrendo ai pellegrini, che già numerosi salivano al santuario del Monte, un aiuto spirituale formidabile. Rendeva così accessibile anche ai fedeli semplici ed alla devozione popolare le meditazioni che erano riservate ai religiosi ed a pochi cristiani più fervorosi.
Comprendiamo ora perché la paternità di quest'opera sia importante, altrimenti queste radici e queste motivazioni sfuggono ed al loro posto vengono surrogate preoccupazioni e letture fuorvianti.
Naturalmente p. Giambattista non poteva fare tutto da solo. L'occasione per condividere con altri le sue idee venne un giorno mentre scendeva dal Monte per tornare al suo convento di Casbeno. Era in compagnia del confessore delle Monache don Giuseppe Dralli a cui si aggiunse Giuseppe Bernascone intagliatore, agrimensore ed architetto. Il confessore disse che una monaca aveva pensato di edificare una cappella lungo la strada per dar sollievo fisico e spirituale ai pellegrini. Un progetto simile era stato proposto anche da altri, ma credo sia facile riconoscere la differenza tra la preoccupazione di dare sollievo e quella di aiutare a pregare con la meditazione. Il confessore chiese anche al cappuccino il suo parere. Egli aspettava solo questa occasione per esporre tutta la sua idea. Ma non incontrò subito il favore in considerazione dei costi e dell'impossibilità del monastero a farvi fronte. Egli chiedeva alle monache solo un impegno minimo: preparare tante croci su cui appendere le cassette per le elemosine e permettere che fossero collocate lungo la strada di loro proprietà. Ma anche questo impegno minimo creò molte difficoltà.
A sbloccare la situazione venne in soccorso il curato di Malnate, Vincenzo Gigli, che era stato confessore delle monache e quindi poteva meglio prevedere il frutto spirituale che sarebbe nato dalla realizzazione del progetto. Questa volta le monache furono ben contente che p. Aguggiari iniziasse a predicare per la raccolta delle offerte e, per prime, diedero il proprio contributo.
L'11 novembre 1604, festa di san Martino, patrono di Malnate, p. Aguggiari fece la prima predica ed espose con convinzione e passione le sue idee. La risposta non si fece attendere e nella domenica successiva (14 novembre) i rappresentanti della comunità si recarono processionalmente al Monte portando la loro prima offerta. Quella devota e fervorosa processione impressionò tutta la città e fu il miglior mezzo di propaganda.
A Malnate seguirono Binago, Castiglione Olona e Vedano Olona. Alla fine del 1604 e all'inizio del 1605 si facevano già le prime piazze destinate all'edificazione delle cappelle. Il giorno 25 marzo 1605 si pose la prima pietra della prima cappella. È proprio in occasione di questa prima cappella (dell'Annunciazione) che si vede in modo più evidente che p. Agugguari non fu solo l'autore, ma anche l'anima spirituale. Alcuni, infatti, volevano collocare un altare nella cappella dell'Annunciazione per poter celebrare la Messa prima che le processioni affrontassero la salita. Ciò avrebbe comportato una struttura che si sarebbe sovrapposta alla rappresentazione del mistero ed avrebbe messo in secondo piano la sua semplicità e povertà, l'atteggiamento orante della Madonna e la sorpresa dell'apparizione dell'angelo. P. Aguggiari si oppose e pensò di edificare la cappella dell'Immacolata Concezione che sta prima dell'arco di ingresso. In questo modo chi voleva celebrare la Messa prima della salita poteva farlo. La preoccupazione, infatti, era giusta, perché i pellegrini arrivavano all'inizio della salita ancora digiuni dalla mezzanotte. Celebrata la messa e fatta la comunione avrebbero potuto fare colazione ed affrontare il pellegrinaggio in modo più semplice e fruttuoso. Le cappelle, invece, avrebbero rappresentato al vivo i misteri per una più squisita contemplazione.
Nel 1605 altre processioni salirono al Monte portando le proprie offerte: 1 maggio Biumo Inferiore; 28 agosto Somma Lombardo, Caronno Varesino, Solbiate Olona; 4 settembre Carnago; nel mese di novembre Varese e sobborghi.
3. L'autorità diocesana
Un'impresa così importante sia pastoralmente che economicamente doveva interessare anche l'arcivescovo di Milano, card. Federico Borromeo, e i suoi collaboratori. Il primo incontro documentabile tra p. Aguggiari e il Borromeo avvenne a Varese attorno al 27 giugno 1606, quando l'arcivescovo, che stava visitando la pieve di Arcisate, si era ammalato. Nella lettera che p. Aguggiari scrisse all'arcivescovo il 22 agosto 1606 diceva che nell'incontro fu non solo consolatissimo, ma ancora più infervorato di prima ad impegnarsi nell'impresa, perché, avendo manifestato le prime difficoltà, aveva ottenuto dell'arcivescovo la promessa della sua protezione. Le prime difficoltà consistevano nel fatto che i deputati incaricati di gestire le offerte e di sovrintendere i lavori ritardavano le costruzioni. Egli sentiva tutto questo come un problema morale, perché avendo promesso ai popoli l'impiego immediato delle offerte, in realtà essi non vedevano la realizzazione e così si frenava l'entusiasmo con il quale la gente aveva abbracciato la sua proposta.
P. Aguggiari era un frate cappuccino. La riforma era ancora molto giovane, è già stato ricordato. Viveva nel pieno fervore la povertà praticata dal loro fondatore, Francesco d'Assisi. Perciò non poteva occuparsi delle offerte sia in natura che in denaro. Per ovviare a questo problema era stata creata una fabbriceria composta da alcune persone nominate dall'arcivescovo o suoi rappresentanti e dalle monache. Il frate, con la sua predicazione, raccoglieva grano, gioielli, crediti, vesti, denari ed altre cose. Qualche volta vendeva personalmente il raccolto, ma doveva consegnare immediatamente il denaro alla fabbriceria. Ciò salvaguardava il suo voto di povertà inteso nel senso più rigido, ma lo metteva poi in difficoltà, quando la fabbriceria ritardava i lavori promessi.
In linea di massima, la fabbriceria era composta da sette persone: due sacerdoti, quattro laici ed il confessore delle monache che era ne era prefetto o responsabile. Doveva riunirsi una volta al mese o anche più spesso se necessario. Un fabbriciere doveva sovrintendere alla costruzione, ma non fu sempre così; un altro doveva fare da tesoriere. Tutto questo fu stabilito verso la fine del 1606 in un documento firmato dal vicario generale della diocesi di Milano, mons. Antonio Albergati.
Questo primo documento si rivelò, in fase di applicazione e di sperimentazione, insufficiente, pertanto ne furono fatti altri negli anni successivi, ma non ci addentriamo oltre.
L'opera diventava sempre più importante e richiedeva un intervento pontificio. Ciò avvenne con una bolla di papa Paolo V datata 30 settembre 1610. Non contiene niente di nuovo, ma rende più autorevoli le disposizioni precedenti.
Con la visita pastorale di Federico Borromeo, compiuta dal 23 al 20 maggio 1612, gli interventi dell'autorità ecclesiastica non riguardavano solo gli aspetti organizzativi, ma anche quelli artistici: tutta l'arte deve corrispondere al mistero, perché i fedeli non siano distratti; la strada deve essere alberata, perché il viaggio riesca più comodo e devoto, deve essere diritta, senza possibilità di deviazioni, perché il pellegrino salga al Monte pregando; le statue devono ritrarre il mistero anche nei minimi particolari, perché il pellegrino abbia davanti l'episodio sacro nella sua verità storica. Si prende posizione sulla cappella dell'Annunciazione dando ragione a p. Aguggiari e quindi escludendo un altare che avrebbe ingenerato distrazione. Per favorire la meditazione dei più fervorosi si dava la possibilità di chiudersi nelle cappelle rimanendo però ben nascosti in modo da evitare la distrazione degli altri pellegrini.
L'intervento dell'autorità, come risulta dalla documentazione disponibile, non diede configurazione all'opera, ma protesse l'intuizione originale del fondatore, il cappuccino p. Giambattista Aguggiari da Monza.
Federico Borromeo dovette intervenire, con pesanti sanzioni, contro coloro che rubavano o danneggiavano le cose spettanti alle cappelle. Questo problema continuò e richiese anche l'intervento delle autorità civili. Ciò aggiungeva ulteriori sofferenze e fatiche al lavoro ordinario di p. Aguggiari.
In un documento successivo, una mano anonima ha scritto che tutte le disposizioni non avrebbero avuto effetto senza il continuo impegno del frate cappuccino.
Per poter permettere al frate di compiere bene il suo lavoro, fu fatto un piccolo ospizio davanti al primo arco che la tradizione continua a chiamare "conventino". All'inizio vi abitavano due cappuccini. Anche in questo per rispettare il Vangelo e la Regola di s. Francesco che prescrivono di andare a due a due per il mondo. Dopo p. Aguggiari l'ospizio fu ingrandito per poter ospitare i benefattori più ragguardevoli, ma questo creò grandi attriti con il monastero che era proprietario delle osterie e si vedeva così defraudato di introiti.
4. Predicazione di p. Giambattista
Il compito più importante di p. Aguggiari era la predicazione. Purtroppo non possediamo esemplari di prediche di questo tipo che ci avrebbero permesso di approfondire le motivazioni e la fisionomia originaria dell'opera, come anche il modo il cui accompagnava i pellegrini lungo la salita.
Il territorio della sua predicazione non era limitato alla diocesi di Milano, ma, come ci informa il volume del 1623, abbracciava le diocesi di Como, Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Vigevano. Predicò anche a Orta dove i cappuccini erano coinvolti nell'edificazione di quel sacro Monte dedicato a san Francesco d'Assisi. Alcune volte predicava in più luoghi nello stesso giorno. Camminava indefessamente e sempre a piedi, senza lamentarsi per il caldo, il freddo, la pioggia o altri disagi. Non sempre era accettato da tutti, come avvenne a Cremona dove il vescovo non gli permise di predicare. Nonostante incomprensioni, umiliazioni, viaggi inutili continuò la sua opera con convinzione ed efficacia. La risposta generosa dei fedeli era per lui il segno più evidente che la Madonna benediva la sua fatica.
Nei giorni 17-18 ottobre 1619 il cardinal Federico Borromeo compì un'altra visita pastorale al sacro Monte. Nel documento finale sono affrontati due problemi. Il primo riguarda la raccolta dei documenti o un piccolo archivio relativo all'impresa. Ciò significa che fino a quel momento non ci si era occupati di questo aspetto tanto importante per chi vuol capire esattamente l'origine ed il significato di un'opera. Forse il libro pubblicato nel 1623 voleva ovviare anche a questo aspetto che non è certamente secondario.
Il secondo problema è velatamente accennato. Si ammoniscono i nuovi fabbricieri ad amare l'opera ed a fare in modo che progredisca senza lentezze e negligenze. Sotto queste parole si nascondono amarezze, sofferenze e disagi subiti da p. Aguggiari. Qualche volta, nell'ammirazione di questa opera, si perde il contatto con la realtà che, in queste cose, è fatta di grettezza, di invidie, di gelosie, di vendette ed altro. Ma la pazienza, la bontà, la convinzione, la devozione mariana e tanti sacrifici hanno avuto vittoria.
5. La morte di p. Aguggiari e l'opera di altri cappuccini
Come abbiamo visto, p. Aguggiari era coadiuvato da una fabbriceria. Altro aiuto importante fu dato da Giuseppe Bernascone, ingegnere ed architetto. Nei documenti risulta che non fece mai parte della fabbriceria, né gli viene attribuito un ruolo nell'intuizione iniziale, nell'organizzazione e direzione dei lavori. Sembra che la sua parte si limitasse alla progettazione sotto le direttive degli organismi diocesani e nella difesa dell'idea originale del cappuccino. Sembra che Bernascone sia morto negli anni 1629-1632.
Il cardinal Federico Borromeo, che aveva approvato, incoraggiato e visitato il cantiere, benché alcuni documenti non vedano la sua firma, morì il 23 settembre 1631.
P. Aguggiari, ormai stanco e, forse malato, morì il 28 marzo 1631 dando segni di grande devozione alla Madonna. È in questo senso che dobbiamo leggere il suo necrologio che qui trascrivo con qualche modifica nella grafia: "P. f. Giovanni Battista da Monza, predicatore e fondatore delle cappelle del santissimo rosario della [Madonna] del Monte, le cui fatiche et opere da lui fatte a beneficio di questa fabbrica si ponno vedere nel libro stampato [quello del 1623]. Dopo ricevuto li santissimi sacramenti per mano del p. f. Alfonso [da Valduggia] e dopo una lunga, penosa e tediosa infermità, fattosi scrivere nella compagnia del Carmine et ligare con la Madonna con una stola al collo dal sudetto guardiano [cioè il superiore p. Alfonso], in segno dell'affetto straordinario che ad una tal Signore egli portava, felicemente spirò lì 28 marzo in venerdì della domenica di passione" 5.
Due mesi dopo la morte di p. Aguggiari, il confessore delle monache, Orazio Bertarino, fece spogliare l'ospizio degli arredi e degli strumenti di lavoro suscitando le proteste dei fabbricieri. Si pensava dunque di chiudere il servizio dei cappuccini. D'altra parte questo episodio ci rivela che, nonostante tanti interventi delle autorità, i ruoli nella fabbriceria non erano chiari o, se lo erano, non erano rispettati.
La peste a Varese infuriò negli anni 1630 e 1632 per riprendere nei mesi di agosto-dicembre 1636 arrivando fino al gennaio 1637. I cappuccini servirono la popolazione nel lazzaretto di Bosto, ammalandosi e anche morendo. Questa tragedia colpì le persone, ma anche l'edificazione delle cappelle.
Non si pensi, come spesso si fa intendere, che alla morte di p. Aguggiari le cappelle del rosario e le strade da percorrere fossero compiute: rimaneva ancora tanto lavoro. I cappuccini furono chiamati a continuare l'opera del fondatore. Ricordiamo almeno i loro nomi: P. Felice da Como (1632); p. Giorgio da Valduggia, p. Francesco da Isola d'Orta, p. Stefano da Gravedona (1651-1660); p. Silvestro da Monza (1661-1688); fra Angelo da Locate, p. Carlo da Busto, p. Gregorio da Varese (1688); p. Lodovico da Pesarenna (1688); p. Francesco da Loveno e fra Alessandro da Lomaniga (1699); P. Francesco da Bosco Valtravaglia, p. Giacomo Maria da Brusimpiano e f. Antonio da Dumenza fino al 1756.
Un lavoro umile e silenzioso fino al punto che i loro nomi e le loro opere sono cadute nell'oblio, ma la maestosità delle cappelle del rosario testimonia il coraggio e la generosità di questi cappuccini. Purtroppo i documenti rimasti della fabbriceria sono pochi, ma da essi risulta che le uniche preoccupazioni dei fabbricieri erano di natura organizzativa ed economica. La parte più propriamente spirituale: predicazione per nutrire, sostenere ed incrementare la devozione del popolo, la raccolta effettiva delle offerte, e l'accompagnamento dei pellegrini erano compiti svolti dai cappuccini, che a Varese hanno edificato un monumento invisibile della loro spiritualità, della loro devozione mariana e della loro sintonia con il popolo devoto.
1Per evitare di moltiplicare le citazioni, indico le pubblicazioni che ho curato su questo argomento: Le cappelle del Rosario al sacro Monte sopra Varese: l'opera dei cappuccini , Centro Studi Cappuccini Lombardi, Milano 1991, pp. 214; Le cappelle del Rosario al sacro Monte sopra Varese , in Terra Ambrosiana 32 (1991) n° 4, pp. 50-55, edito anche in Il Nostro Sacro Monte. Notiziario di cultura, informazione e curiosità a cura dell'Associazione "Amici del Sacro Monte" di Varese , n. 3 1993, pp. 12-16; Il vescovo Carlo Bascapè ed il sacro Monte di Varese , in Il Nostro Sacro Monte. , n. 3 1993, pp. 21-22, pubblicato anche in Terra Ambrosiana 34 (1993) n° 6, pp. 54-56 con lo stesso titolo; Un libro sconosciuto sul sacro Monte di Varese in Cerutti Lino e Mattioli Carcano Fiorella [a cura di], I Sacri Monti Raccontati. Atti Convegno di Studio Orta San Giulio 6. 7. 8 novembre 1998, Ente di Gestione delle Riserve Naturali del Sacro Monte d'Orta, del Monte Mesma e del Colle della Torre di Buccione, Orta 1999, pp. 218-227, edito anche in Orta San Giulio 6-7-8 novembre 1998 , edito anche in Il Nostro Sacro Monte. n. 29 2003, pp. 8-12.
2Cesare Tettamanzi, Historia del sacro Monte sopra Varese, Diocese di Milano, Nella quale si contengono. , Pacifico Ponzio e Giovanni Battista Piccaglia, Milano 1614, pp. 122-127. L'Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi (APCL) non conserva registri anteriori al 1810 per ricostruire i dati biografici del religiosi.
3L'episodio è narrato in Metodio da Nembro, Salvatora Rivolta e la sua cronaca , Centro Studi Cappuccini Lombardi, Milano 1973, p. 342.
4Beda Mayer, Kloster und hospize , in Die Kapuziner und Kapuzinerinnen in des Schwiz , in Helvetia Sacra , V/2-VI (1974), pp. 129-130. 155-156. 358. 383.
5F. Merelli, Libro dei frati Minori Cappuccini morti nel luogo di Varese [1562-1768], Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi, Milano 1990, pp. 5s.
P. Fedele Merelli cappuccino
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