Frati CappucciniTAU
Chi SiamoPersonaggiPubblicazioniVocazioniAttualitàLinks

Sei qui: Home > Pubblicazioni > Archivio articoli > Aiuti umanitari? Si, ma…

AIUTI UMANITARI? SI, MA…

Gli aiuti umanitari in situazioni di emergenza in questi anni sono serviti e hanno salvato migliaia di persone, ma in altri casi, accanto a effetti benefici, hanno avuto effetti negativi o almeno aspetti di ambiguità che invitano alla riflessione.
In casi di guerra hanno addirittura alimentato economie illegali e mafiosi. Si è visto all’assedio di Serajevo, quando i croato-bosniaci pretendevano il 27% dell’assistenza umanitaria; o, prima, in Etiopia, quando i sacchi di grano venivano scambiato con le armi.
In altri casi, gli aiuti creano una sorta di dipendenza, contribuendo a distruggere la debole economia locale: in Somalia, tra gli anni ottanta e novanta, gli aiuti ammontavano a quasi il 50% del prodotto interno lordo. In altri casi ancora, come nel sud Etiopia durante gli anni della carestia (83/84), hanno spinto la gente a rinunciare al lavoro una volta passata l’emergenza. “Tanto arrivano gli aiuto”, si diceva.

Pubblicazioni passate e recenti analizzano questi e altri meccanismi che coinvolgono le grosse agenzie internazionali – a partire dall’Onu – ma anche quella vasta fetta del volontariato che si interessa di cooperazione allo sviluppo, aumentate enormemente negli ultimi dieci anni.
La cooperazione allo sviluppo, per essere efficace, deve essere coerente con le altre politiche, cosa che nell’ultimo decennio purtroppo non c’è stata. “Che senso ha – è stato detto – sostenere progetti di sviluppo rurale nei Paesi poveri, mentre contemporaneamente Unione Europea e Stati Uniti attuano una politica di sussidi verso i propri agricoltori, oppure una politica protezionistica per cui i prodotti dei Paesi poveri non hanno accesso ai mercati?”

Si potrà obiettare che in questi anni gli aiuti sono stati necessari. E può essere vero; ma se è vero che le emergenze non possono essere dimenticate, è anche vero che esse non dovrebbero far dimenticare il lavoro a medio e lungo periodo, che richiede una strategia. Inoltre c’è modo e modo di affrontare le emergenze. Un conto sono gli interventi del sacco di farina lanciato dall’elicottero che poi riprende quota e scompare, un conto sono gli interventi che si radicano sul territorio, sostenendo la società, con la volontà di restare sul posto anche quando l’emergenza è passata.
Da evitare, inoltre, il pericolo della dipendenza degli organismi umanitari e di cooperazione dai fondi pubblici o delle grosse agenzie. E’ chiaro che, quando un’azione dipende dipende dal 90-95% - com’è il caso di un buon numero di Ong – dai fondi pubblici, si rischia di perdere quell’autonomia che dovrebbe guidare nelle scelte. C’è un esempio illuminante, il caso dell’Aids: da tempo è un’emergenza, ma ultimamente sono cresciuti i fondi per far fronte al problema, e nel giro di pochissimo tempo molte Ong sono diventate “espertissime” del problema.

E’ vero che questo può essere visto come una forma di flessibilità in relazione ai bisogni e di capacità di “cogliere” le opportunità, ma potrebbe significare anche una dipendenza. Non è facile che una Ong possa intervenire nello stesso tempo in varie parti del mondo e, per di più, assai lontane tra loro. Per intervenire efficacemente su un territorio, bisogna viverci, capirne le dinamiche. Il vagabondaggio lascia perplessi.
Per questo tutti concordano nel dare più fiducia alle Ong piccole, meno burocratiche, più radicate, più trasparenti. Avendo un raggio d’azione limitato e minori mezzi rispetto alle dinamiche di ingrandimento che poi le costringerebbero a dedicare gran parte del tempo e dei mezzi finanziari a far sopravvivere lo staff e le strutture, possono investire tutto negli aiuti.
Per questo tutti, e i missionari per primi, ritengono che esse possono essere più efficaci e che abbiano un grado di motivazione e di partecipazione maggiore. Questo non toglie, tuttavia, che alcune “grandi” funzionino bene, arrivando talora dove le piccole non potrebbero mai arrivare.
Ma “piccolo è bello” (e utile) vale anche per gli aiuti che, pur “sollevando” poca gente lavorano con frutto e intelligenza.

Egidio Picucci

 

 

Copyright© 2007 Frati Cappuccini Italiani e-mail: info@fraticappuccini.it
Hosted by
Comunicare