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risponde all’Amazzonia
Presenza centenaria dei Cappuccini umbri
nell’Amazzonia brasiliana
ASSISI RISPONDE ALL’AMAZZONIA
I Cappuccini dell’Umbria si
preparano a celebrare il primo centenario della loro presenza nell’Amazzonia
brasiliana, e precisamente nella diocesi dell’Alto Solimões,
un trapezio irregolare di terra che s’incunea in Colombia
e nel Perù.
I religiosi arrivarono infatti a Manaus, capoluogo dello Stato do
Amazonas, nel 1909: erano quattro, e in un primo momento si fermarono
nel capoluogo, svolgendo l’apostolato nella parrocchia di
S. Sebastiano (in cui lavorano anche oggi).
L’Amazzonia stava vivendo un momento drammatico. Agli inizi
del ‘900 gli inglesi, col pretesto di una spedizione scientifica,
avevano fatto rubare i semi del famoso albero del caucciù
(hevea brasiliensis), mettendolo a dimora in oriente. L’habitat
era ideale e ottennero una produzione così abbondante che
il mercato brasiliano crollò, colpendo a morte l’economia
dell’Amazzonia. Allora gli impresari delle varie compagnie
fuggirono, lasciando un esercito di miserabili seringueiros (estrattori
di gomma) nelle impenetrabili foreste dell’interno.
Da Manaus i missionari si spinsero sul Solimões (così
si chiama il Rio delle Amazzoni dal suo ingresso in Brasile fino
a Manaus) e sulla ragnatela dei suoi affluenti, condividendo con
loro disagi e malattie (uno di loro morì di febbre gialla
appena un anno dopo l’arrivo), provocate da un clima infernale
che non risparmiava né i poveri lavoratori accorsi dal Nord
Est, né gli indios. Tuttavia non si arresero e passarono
da un fiume all’altro, confortando, istruendo e perfino scoprendo
per primi una delle tante tribù di indios rintanate no mato
(foresta).
Pian piano individuarono i luoghi strategici in cui “alzare
la tenda”: nacquero, così, le prime residenze lungo
il grande fiume e il suo maggior affluente, il rio Javarì,
che segna il confine con il Perù. Ovviamente non mancarono
difficoltà, incomprensioni e ostilità aperte da parte
di chi non li vedeva di buon occhio perché richiamavano con
energia a un maggior rispetto della fede e della morale. Il lavoro
aveva abbrutito tutti, fisicamente e moralmente.
Alla predicazione i missionari unirono come sempre e come dovunque
opere di sviluppo: scuole, dispensari, segherie, fornaci ridiedero
speranza alla gente rimasta senza lavoro. Si trattava soprattutto
di caboclos, una nuova etnia sorta dell’unione tra nordestini
e indios e dedita soprattutto alla pesca.
Gli indios si ritirarono nel profondo della foresta, sulle sorgenti
degli igarapès (affluenti), perdendo rapidamente identità
e cultura e soccombendo alle malattie e alla miseria. Dodici tribù
vivono ancora nella valle del Rio Javarì, schiacciate culturalmente
ed economicamente da un falso protezionismo e impoverite volutamente
dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali presenti
nella loro zona. Il mondo grida al disastro ambientale; e ha ragione;
ma nessuno grida al degrado dell’uomo, e così la tribù
dei Matis sta scomparendo, votata a un suicidio di massa perché
ha perso ogni speranza di sopravvivenza.
Gli unici che potrebbero avvicinarli disinteressatamente sono i
missionari, ma c’è chi si oppone, forse per il timore
che possano scoprire qualche malefatta che non passerebbe impunita.
Il semaforo è verde, invece, per i commercianti e per le
imprese minerarie ed estrattive, che giustificano il biodegrado
dell’ambiente e dell’uomo con l’economia di mercato.
Chi può fugge, e così l’Alto Solimões
si sta spopolando: la gente si ammucchia nella periferia di Manaus,
che scoppia per un affollamento (si parla di due milioni di abitanti)
a cui non è preparata: le strutture sono ancora quelle allestite
allorché la città contava poco più di 200 mila
abitanti.
I Cappuccini si interessano dei favelados, specialmente di quelli
che si contendono un fazzoletto di terra nel quartiere del Teixeirão;
per questo sono circondati di stima e di simpatia. Gran parte dei
“manauaras” (abitanti di Manaus) se li sono trovati
in casa fin dalla nascita, zelanti custodi di una chiesa che, sorta
come cappella degli schiavi neri, è diventata la più
frequentata della città, grazie anche al fatto di trovarsi
a due passi dal famoso teatro Amazonas, punto cardinale dell’intera
città.
Con la fine della prima guerra mondiale arrivarono dall’Italia
religiosi giovani che diedero uno scossone all’attività
missionaria e assistenziale. Fu intensificata la catechesi; crebbero
le desobrigas (la visita periodica ai villaggi) e furono aperte
decine di “profilaxi-rural”, farmacie-ambulatori, con
un infermiere (che spesso era lo stesso missionario) per curare
e depistare le malattie più comuni. Per un certo tempo fu
allestita addirittura una barca-ospedale che percorreva il fiume
con un missionario medico a bordo. Più tardi fu costruito
l’ospedale S. Elisabetta a S. Paulo de Olivença, oggi
in mano dello Stato.
Di pari passo con la sanità camminò l’istruzione:
furono infatti aperte decine e decine di scuole, molte delle quali
vennero affidate alla direzione delle suore per garantirne funzionalità
e continuità.
Oggi la chiesa dell’Alto Solimões non è più
un’entità sconosciuta, ma una bella realtà,
inserita a pieno diritto nella dinamica chiesa brasiliana col proprio
vescovo, il proprio clero, i propri religiosi (i Cappuccini vi hanno
costituito una Vice Provincia), portandovi la voce degli ultimi.
Civilmente la zona (72 mila kmq) è una mesoregione che si
avvia a diventare un nuovo Stato della Federazione nazionale. I
missionari lo aspettano con ansia, perché sarebbe un implicito
riconoscimento del contributo che essi hanno dato alla sua nascita.
Del nuovo Stato (se nascerà) faranno parte anche le dodici
tribù del Rio Javarì, le più dimenticate del
Brasile, e verso le quali i missionari si stanno dirigendo. Consolidata
la chiesa tra i Tikunas (la tribù più numerosa dell’intera
Federazione brasiliana), soprattutto grazie all’attività
di P. Fedele da Alviano, di P. Geremia Di Nardo e di P. Arsenio
Sampalmieri, che ne hanno studiato lingua, leggende e costumi, i
Cappuccini italiani e locali muoveranno i passi verso l’ovest,
dove si apre un campo immenso di lavoro.
Nel programma preparato in vista dell’imminente centenario,
si parla anche di questo, ritenuto uno dei modi più significativi
di “ripensare la missione”; come la risposta più
convincente che Assisi deve dare all’Amazzonia che chiama.
Non per nulla il programma di preparazione al centenario - impegnativo
e ricco di iniziative - ha per slogan “Assisi risponde all’Amazzonia”.
Sono previste altre iniziative, articolate in linee giustificanti,
operative e metodiche. Per ora è stata curata la stampa di
un volumetto e la realizzazione di un CD che, in prosa e in versi,
raccontano un’avventura reale, e quindi più bella di
quella inventata da chi l’Amazzonia l’ha vista solo
nei documentari.
Egidio Picucci
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