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e difficile cammino dell’evangelizzazione nella foresta amazzonica
Novant’anni di presenza dei Cappuccini
nell’ Alto Solimões
IL LUNGO E DIFFICILE CAMMINO DELL’EVANGELIZZAZIONE
NELLA FORESTA AMAZZONICA
A Manaus, capitale dello Stato di
Amazonas, il porto fluttuante costruito dagli inglesi ai primi del
‘900 è quasi un frontiera tra la civiltà e i
misteri della foresta. Alle spalle la grande città con palazzi
e supermercati della zona franca e soprattutto il teatro Amazonas
con marmi di Verona, cristalli di Murano e affreschi francesi; di
fronte due mari d’acqua: quello grigio del Solimões
e quello scuro del Rio Negro. Prima di unirsi, camminano appaiati
per 12 Km.
Al molo sono ormeggiati colorati barconi a più piani su cui
sono stese decine di amache variopinte. Sono i letti dell’Amazzonia.
Gente di ogni colore si aggira sul pontile con i propri fagotti
in cerca del barcone giusto, riconoscibile da grossi cartelli dipinti
a mano: Porto Velho, Tabatinga, Bélem. Da qui si parte per
tutta l’Amazzonia brasiliana: viaggi di quattro, sei, sette
giorni per raggiungere i villaggi più lontani sui corsi d’acqua,
le uniche strade della foresta.
Novant’anni fa tra i tanti passeggeri c’erano anche
quattro frati cappuccini umbri che si imbarcavano per Tabatinga,
nell’Alto Solimões, dove avrebbero dovuto lavorare
fra gente così povera che l’ingegnere vicentino Malvezzi,
incontrandosi qualche tempo dopo con uno di loro, disse:”Padre,
questi popoli progrediranno quando si potrà impacchettare
la miseria e venderla in Europa”. Era avvenuto proprio in
quegli anni il tracollo della produzione della gomma, e la gente
era caduta nella miseria più nera.
I missionari erano giovanissimi ( non esistono missionari vecchi:
quel che fu detto dei greci - tutti giovani d’anima), destinati
a lavorare in un territorio di 140 mila kmq (17 volte l’Umbria
da cui provenivano) con circa 20 mila abitanti dispersi negli anfratti
più nascosti, e più poveri degli stessi indios che
vi erano nati e che si erano rifugiati nas cabeceiras (sorgenti)
dei mille affluenti del fiume.
La zona era già stata evangelizzata e la gente, almeno ufficialmente,
era tutta cristiana, ma dell’antica evangelizzazione rimanevano
soltanto due campane a S. Paulo de Olivença, cinque a Tonantins
e le feste del Patrono, famose più per i disordini che per
la devozione. Era poco, quasi niente, ma erano sempre voci che potevano
riprendere un discorso appena interrotto.
I missionari si scontrarono subito con la realtà dell’ambiente;
non tanto quello che generalmente si immagina (serpenti, bestie
feroci e piranha voraci e insaziabili), quanto con il clima, costantemente
umido e malefico, intristito dalla presenza di nuvoli di insetti
piccolissimi, talora addirittura invisibili, che pungono impietosamente,
sfibrando anche il fisico più robusto.
Il primo a subirne le conseguenze fu P. Agatangelo Mirti da Spoleto,
morto un anno dopo l’arrivo di febbre gialla a 27 anni. Nei
primi sedici anni di missione ne morirono altri tre, e quattro dovettero
rimpatriare per malattie gravi. P. Evangelista da Cefalonia, ricevuto
in udienza da Pio XI il 18 novembre 1925, disse al Papa:”Il
clima rende inabili due missionari all’anno”.
L’unico rimedio era rifugiarsi periodicamente negli ospedali
di Manaus, definita da P. Giuseppe Paciucci da Leonessa “valetudinario
dei missionari”.
All’impietosità del clima si aggiunse l’avversione
di chi vedeva nel missionario un alleato degli ultimi seringueiros
(estrattori di gomma), sfruttati da anni. Anche le autorità
governative furono apertamente ostili. Poco dopo l’arrivo
il superiore scrisse chiedendo aiuto per il luogo più insalubre,
Remate de Males. Non ebbe nessuna risposta. A una seconda lettera
gli fu risposto che non c’erano fondi; e intanto si concessero
4.000 contos (oltre 10 milioni di lire nel 1920) per la catechesi
laica e positivista fra gli indigeni.
A S. Paulo de Olivença il municipio votò una legge
che proibiva la vendita della terra agli stranieri (e i missionari
erano gli unici a esserlo nella zona!); a Remate de Males - un villaggio
vicino all’odierna Atalaia do Norte - la loggia massonica
oppose al missionario un sacerdote sospeso a divinis, accompagnato
a battezzare qua e là per i fiumi; ad Amaturà la canoa
chiamata dal battello a prendere un passeggero, quando seppe che
c’era da trasportare un missionario scomparve nella notte.
I raccoglitori di gomma non si opposero, ma fecero una gran fatica
a capire che certi comportamenti non potevano convivere con il battesimo
che tutti reclamavano. P. Evangelista da Cefalonia scrisse:”Se
si desse ascolto alle gravi difficoltà che a ogni passo si
incontrano, non si farebbe mai cosa alcuna”. E ancora:”Da
un anno e mezzo tartarughe di fiume, pesci, fagioli, farina di manioca
e acqua sono il nostro cibo quotidiano”.
Oltre alla preghiera, i missionari ricorsero all’astuzia:
vollero apparire più grandi di quello che erano e cominciarono
la costruzione di un collegio che (è una loro espressione)
“incutesse rispetto”. Non era facile, perché
nell’Alto Solimões non c’è l’ombra
d’una pietra; un mattone distava dieci giorni di navigazione
“celere” e, portato sul posto, veniva a costare quattro
lire (1921); il falegname doveva venire da Manaus (1.300 Km). Tuttavia
riuscìrono a costruirne più di uno..
Così, mentre alcuni insegnavano nei collegi aperti a S. Paulo
de Olivença, ad Amaturà (dove arrivavano richieste
di iscrizione perfino da Manaus) e nell’isola di Urutuba,
altri, come P. Diego da Ferentillo, trovavano il tempo di insegnare
la coltivazione razionale del caffe e della canna da zucchero; altri,
come P. Ludovico da Leonessa, indicavano la zona migliore per costruire
la città più grande della diocesi, Benjamin Constant;
e altri ancora dirigevano due stazioni meteorologiche, curavano
gli ammalati nei piccoli dispensari delle missioni, introducevano
le api italiane e uno di loro veniva nominato presidente degli apicoltori
dell’Amazzonia.
Facevano troppo perché non venissero notati, e l’università
di Rio de Janeiro conferì la laurea ad honorem al Prefetto
Apostolico con questa motivazione:”Perché benemerito
dell’istruzione e dell’educazione civile e religiosa
della gioventù amazzonense”.
Se è lecito fare un nome fra tanti, va fatto quello di P.
Fedele Schiaroli da Alviano, un uomo involontariamente solenne nella
persona e agitato in una onesta irrequietezza. Fu l’apostolo
degli indios tikunas, dei quali fu così amico da entrare
a pieno diritto in una delle “nazioni” di cui è
composta la loro numerosa tribù. Non solo li istruì
nella fede, ma imparò così bene la loro lingua da
poterla codificare in una grammatica, la prima in assoluto di quella
lingua.
La sua passione per gli indios lo portò da un fiume all‘altro
in cerca di notizie, informazioni, utensili e strumenti che fermarono
l’attenzione dei visitatori dell’esposizione missionaria
di Roma nel 1925 e quella di quanti si aggirano oggi per il Museo
missionario di Assisi, il più completo al mondo sull’Amazzonia
brasiliana.
P. Fedele ebbe un predecessore in P. Venceslao da Spoleto che avvicinò
gli indios Caribus del Rio Quixito, e un successore in Mons. Adalberto
Marzi, vescovo emerito dell’Alto Solimões, che ha organizzato
la Pastorale indigenista per salvare alcune tribù di indios
di cui non si conosceo il nome, ma è nota la tragedia.
Tutta questa operosa intraprendenza può essere riassunta
nelle parole che il segretario del municipio di Remate de Males
scrisse al Prefetto Apostolico a proposito di P. Ludovico da Leonessa:”Mi
sia lecito rendere noto che P. Ludovico è di un’attività
fantastica, e dal suo dinamismo ammirabile sorgono realtà
promettenti”.
Le realtà di oggi non sono più quelle di ieri, perché
il tempo non passa invano neppure per l’Amazzonia. Alcune
sono rimaste, come le distanze, la solitudine, le malattie, il fastidio
degli insetti, i pericoli dell’umidità. Altre sono
nuove, come la discriminazione degli indios, la deforestazione,
la strana malattia che sta colpendo le banane (se scomparissero,
l’economia locale ne soffrirebbe enormemente), della quale
si interessa personalmente il vescovo Mons. Magalhães che
sta sperimentando con successo un ibrido immunizzato e più
nutriente.
Altre sono cambiate: la scuola c’è ormai dappertutto
(quando c’è); le comunicazioni corrono su internet
e sui cellulari; la TV affascina con le telenovelas che fanno sognare
le ragazze e creano esigenze irrealizzabili.
E’ cambiato anche l’apostolato, grazie alla collaborazione
dei laici e alla formazione delle piccole comunità, cenacoli
di vita cristiana e argine efficace contro l’incredibile proliferare
delle sette.
I missionari si sono liberati di alcune strutture vincolanti, passando
al governo l’ospedale di S. Paulo de Olivença, l’unico
della diocesi dell’Alto Solimões; la formace di Amaturà;
la falegnameria di S. Paulo de Olivença e di Benjamin Constant,
e alla diocesi alcune parrocchie importanti. Premono altre esigenze
prioritarie. La prima riguarda la formazione dei giovani aspiranti
all’ordine cappuccino che domani sostituiranno i sacerdoti
italiani. Per essi sono stati aperti un seminario e un post noviziato
a Manaus; un postulato a S. António do Içà;
il noviziato a Benjamin Constant e una casa di accoglienza vocazionale
a Humaità. La missione è oggi Vice Provincia con 40
religiosi, di cui 30 locali, distribuiti in 9 case; ha due vescovi,
5 novizi, 24 postulanti, di cui 2 sacerdoti, e 18 aspiranti.
Inoltre, pur continuando l’apostolato lungo i fiumi, dove
la chiesa è il punto di riferimento naturale per l’innata
religiosità dei ribeirinhos, i religiosi hanno “scoperto”
necessità più vicine e più lontane. Quelle
vicine sono le immense favelas di Manaus, dove pullula un formicaio
di gente che sembra emersa dalle profondità dei fiumi e tra
la quale in dieci anni essi hanno costituito 25 comunità,
divise in tre aree missionarie, dotate di quanto è necessario
all’assistenza, alla promozione e allo sviluppo.
Quelle lontane sono “i richiami dell’ovest”, cioè
il desiderio di avvicinare e di iniziare una possibile evangelizzazione
delle undici dimenticate tribù di indios che vivono in diocesi,
a distanze impensabili (un mese e più di navigazione) e spesso
avvolte in un alone carico di mistero. I pochi contatti che hanno
avuto con alcuni di loro nella casa dos indios costruita per accoglierli
quando arrivano tra i “civilizzati” di Atalaia do Norte,
non bastano più. Bisogna andare a trovarli; fermarsi con
loro; difenderli; conoscerli; capirli. E imparare, soprattutto adesso
che uno di loro, Frei Salvador Moreira Nascimento, può aprire
un sentiero per raggiungerli.
“Mi pare che Gesù ci ripeta quello che disse a Nicodemo
- ha detto un missionario - e cioè che bisogna nascere di
nuovo. A 90 anni dobbiamo tornare nel seno della foresta madre e
ricominciare da dove siamo partiti”.
Nessuno dice che è facile, ma tutti sostengono che è
necessario.
Egidio Picucci
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