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LA FESTA DELL’ASSUNTA A VALIKÖY
L’UNICO VILLAGGIO ARMENO IN TURCHIA

A una manciata di chilometri da Seleucia di Pieria - oggi Samandag – il porto da cui Paolo salpò insieme a Barnaba e Marco per il primo viaggio missionario, c’è Valiköy, un villaggio perduto tra il verde della collina e i frutteti che riforniscono d’ogni ben di Dio i mercati di Antakia (Antiochia). D’inverno è abitato da un centinaio di persone; d’estate da oltre cinquecento, perché vi tornano molti armeni sparsi nel mondo per ritrovarsi solo con i propri correligionari. Valiköy, infatti, è l’unico villaggio interamente armeno di tutta la Turchia.
Per la festa dell’Assunta la gente cresce in proporzione geometrica rispetto a quella abituale, perché nessuno vuole rinunciare all’incontro con la Madre di Dio nella chiesa del villaggio restaurata sei anni fa, e nella quale si conserva un particolare quadro della Madonna con il Bambino in braccio: una madre anziana, con i capelli bianchi che spuntano da un velo di un blu intenso e il viso segnato da qualche ruga.

Si tratta d’una classica pittura orientale, molto diversa dalle icone, perché la pittura, nella mentalità degli orientali, rappresenta un santo nel suo stato “terrestre e corporale”, mentre l’icona deve dare testimonianza alla presenza di Dio nelle forme visibili. Non è un puro caso che la prima opera di un iconografo sacro sia l’icona della Trasfigurazione sul Tabor, “dove il corpo di Gesù – dice la liturgia bizantina - ci fece vedere la misteriosa immagine della Trinità”. Per gli orientali il culto delle immagini è una conseguenza dell’economia dell’incarnazione. “Come la nostra mente, dicono, ascende all’invisibile per mezzo del visibile, così la grazia di Dio si comunica per mezzo delle immagini sacre”.
Alla festa di Valiköy quest’anno ha partecipato Sua Beatitudine Mesrob II, Patriarca Armeno Apostolico di Istanbul, accompagnato da una quarantina di giovani che hanno vivacizzato la ricorrenza con il brio dell’età e la spontaneità della fede.

Alto, involontariamente imponente nella talare nera e col viso luminoso e cordiale, il Patriarca ha ricordato le tappe della sua vocazione e ha poi parlato del proprio “gregge”, composto da 80 mila armeni presenti in Turchia, distribuiti in 60 chiese, di cui 32 a Istanbul, e assistiti da appena 28 sacerdoti.
Egli ha poi presieduto la lunga celebrazione eucaristica, tutta magnificamente cantata in armeno, e alla fine ha benedetto sul sagrato grossi grappoli d’uva coltivati nei dintorni e che poi sono stati distribuiti ai partecipanti in segno di comunione fraterna. Parlando della Madonna, egli ha detto:”Lei ha avuto il coraggio di fare e testimoniare quanto Gesù ha detto con la sua vita; per questo è Madre e modello per tutti e per tutti i tempi; per questo noi siamo qui a ringraziarla e a pregarla, in modo che ci dia forza di imitarla”.

E’ stato commovente vedere questa piccola chiesa in festa, questo minuscolo gregge riunito attorno al Patriarca e che forma una chiesa viva, vivace che, pur avendo sicuramente risentito della storia – per lo più drammatica – del suo popolo, non ha perso la voglia di vivere e di sperare. Pare davvero che per i quattro milioni di armeni sparsi nel mondo da una diaspora paragonabile solo a quella ebrea, sia avvenuto e avvenga quello che è successo con altri popoli, e cioè che la religione e la lingua siano un legame tenace e incancellabile.
Solo così si spiega la numerosa affluenza a Valiköy, la gioia che traspira dai visi, i canti che si sciolgono nell’aria, la soddisfazione del Patriarca che abbraccia i bambini, benedice gli anziani, accarezza un ragazzo in carrozzella, prima di consumare il pasto all’aperto insieme alla gente che non vorrebbe ripartire, disposta a vivere sotto le tende, icona vivente d’una trasfigurazione avvenuta sul colle in faccia al mare e che, come ha detto un giovane, “permette di ripartire arricchiti di fede”.

Egidio Picucci

 

 

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