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e affetto i mezzi per il recupero dei bambini di strada
Il recupero dei meninos da rua a Rio
de Janeiro
PREVENZIONE E AFFETTO
I MEZZI PER IL RECUPERO DEI BAMBINI DI STRADA
Abituati a vedere scene di violenza
e di morte nei Paesi in guerra (oggi soprattutto in quelli del Medio-Oriente),
ci siamo forse convinti che esse esistano solo lì, mentre
altrove si vive in pace, anche se le cronache dicono diversamente.
Per esempio quelle che vengono dal Brasile, e precisamente da Rio
de Janeiro, una megalopoli con otto milioni di abitanti, molti dei
quali ammassati nelle favelas che s’affacciano sulla Rio “bene”,
meta ambìta dai turisti di mezzo mondo, soprattutto durante
il carnevale. Nessuno di loro sa - o vuol sapere - che a due passi
da dove si esibisce o desfile (la sfilata) c’è la Baixada
Fluminense, una delle zone più violente del mondo per i 12
omicidi al giorno che vi si commettono e per gli oltre 600 mila
meninos de rua che vagano per le sue strade. La loro età
media si abbassa purtroppo di anno in anno, se è vero che
è passata rapidamente negli ultimi tempi da 10/12 anni a
4/5. Nel mondo dei poveri l’infanzia finisce molto prima che
da noi, stroncata da un inserimento prematuro, e carico di rischi,
nel mondo del lavoro, quando non in più devastanti attività.
Un assurdo che sconvolge e inquieta, soprattutto se si pensa che
fra quei 12 morti giornalieri della Baixada registrati dalla cronaca,
oltre una metà è costituita da loro, vittime di chi
vuole “garantire l’ordine” servendosi dei famosi
squadroni che restano sempre anonimi e impuniti. Si parla di 7 mila
meninos uccisi in quattro anni!
Ignorati dalle autorità, impegnate in “affari”
più urgenti (come le trattative attualmente in atto per l’installazione
della base missilistica ad Alcantara, nel Maranhão) e nonostante
le buone intenzioni del Presidente Fernando Henrique Cardoso, che
nel 1996 presentò un Programma nazionale per i diritti umani
(un testo di 168 proposte ed emendamenti costituzionali), i meninos
sono seguiti solo dalla Chiesa che apre case di accoglienza a rotazione,
insufficienti, comunque, a far fronte a tutte le loro necessità.
Nella Baixada Fluminense, per esempio, opera la Casa do Menor, fondata
dal sacerdote piemontese Renato Chiera, impietosito per quei “figli
di nessuno”, ritenuti per questo anormali, ladri, violenti,
e quindi facile bersaglio per chi vuole sfogare impunemente rabbia
e risentimenti di ogni genere. “La realtà è
invece diversa - dice don Renato - perché fondamentalmente
essi non sono violenti; se lo diventano è per necessità
di sopravvivenza. I loro nemici più pericolosi sono i commercianti
e i poliziotti, ma non mancano neppure semplici cittadini, che non
li vedono di buon occhio e li prendono a pedate o li allontanano
a sassate”.
Naturalmente gli inizi della Casa non sono stati facili per motivi
facilmente intuibili: acquisto del terreno, permessi, costruzione,
personale, ecc. Ma don Chiera è un bugianen che non si scoraggia
facilmente, e così in pochi anni non solo ha costruito la
Casa, ma ne ha aperte sette di prima ospitalità, otto tipo-famiglia,
quattro asili comunitari, un centro di recupero per tossicodipendenti,
una fattoria per la formazione e la produzione agricola, istituendo
anche 14 corsi di professionalizzazione. Una vera holding della
solidarietà che nel 2001 ha accolto oltre mille ragazzi.
I carioca prima hanno seguito i lavori con incredulità, poi
con sorpresa e alla fine con ammirazione, tanto che molti si sono
offerti spontaneamente per dargli una mano, entusiasti perché
o Padre (il sacerdote) faceva sul serio e non si lasciava intimorire
da nessuna difficoltà.
Ai volontari brasiliani se ne sono aggiunti anche alcuni italiani,
uno dei quali ha detto: ”Ogni mattina non sai quello che succederà,
perché qui può succedere di tutto. A volte sono sofferenze
profonde, come quando devi sotterrare un ragazzo con cui hai vissuto
per anni; ma se soffri molto è perché ami molto e
sei vivo”.
“Lavoriamo prima di tutto - ha detto un altro volontario -
per ricostruire l’autostima e la dignità umana dei
ragazzi che vengono qui (quando vengono) con tristi esperienze alle
spalle. Molti cominciano con piccoli furti e rapine per arrivare
poi allo spaccio e finire al soldo dei trafficanti che hanno decentrato
i loro affari nella Baixada.
Si fanno assoldare per povertà, stanchezza, o per quella
miseria che è caratteristica di questa zona. Che è
miseria assoluta, perché la gente ha perso tutto, a cominciare
dalla stima di sé. Le famiglie moderne non possono permettersi
di pensare a tutti i figli con i magri guadagni che riescono a racimolare,
anche perché gli uomini non sempre partecipano alle spese
della famiglia, che pesa tutta sulle spalle delle donne”.
Oltre al difficile lavoro di ricostruzione dell’uomo, i volontari
debbono interessarsi della gestione delle otto case-famiglia, dove
oltre cento meninos e meninas sono assistiti da “genitori
sociali”. Si tratta di coppie di volontari brasiliani che,
insieme ai figli naturali, si interessano dei figli della strada.
Un’occupazione estenuante, tenendo conto che in alcune case
i bambini possono essere anche piccolissimi, come nella Casa Anjo
(Casa dell’Angelo) dove ce ne sono alcuni di tre-quattro settimane.
“Le più difficili sono le bambine - ha detto Milli,
una volontaria milanese rimasta a Rio dopo un campo di lavoro a
cui ha partecipato nel ‘93 - perché la psicologia femminile
è molto più complessa di quella dei maschi. Alcune
di loro hanno subito violenze dai patrigni in giovanissima età
e ne portano ancora le conseguenze. Non rispettano nessuno e odiano
soprattutto gli uomini”.
Una psicologa e un’assistente sociale visitano le case ogni
15 giorni e seguono i casi più difficili giorno e notte,
perché il telefono può squillare anche nelle ore più
impensate e bisogna essere pronti a tutto. Perfino ad essere minacciati
con armi improprie. “Non ho paura dei ragazzi - confessa Milli
che ha rischiato la vita - piuttosto ho paura per loro. Ogni volta
che uno muore è un’estrema sofferenza per tutti. Peggio
se viene ucciso, come purtroppo accade.
Spesso - e questo è molto pericoloso - sono in conflitto
anche tra loro o per difendere un territorio o semplicemente per
evitare di essere derubati. I furti sono infatti all’ordine
del giorno: i grandi rubano ai piccoli; i soldati e la polizia rubano
a entrambi, per cui i rapporti tra i meninos e le forze dell’ordine
sono sempre conflittuali.
Nonostante siano maestri nell’arte di arrangiarsi e di aiutarsi
con una solidarietà che solo la strada può dare, c’è
chi soffre la fame. Chi non arriva a questo non sfugge alla malnutrizione,
magari perché preferisce comprare un sorvete (ghiacciolo)
anziché un piatto di minestra. Per questo, secondo una statistica
che pecca per difetto la metà dei meninos muore nel giro
di quattro anni; il che vuol dire che un ragazzo arrivato sulla
strada a otto anni ha una possibilità su due di arrivare
ai dodici”.
Il problema, grave e diffuso in molte altre parti del pianeta, rientra
in una di quelle emergenze croniche e silenziose conosciute anche
come “guerre a bassa intensità” di cui ci si
interessa molto fugacemente, come vogliono le ciniche leggi della
comunicazione mediatica.
L’opinione comune, e qualche istituzione internazionale, vorrebbe
uscire dalla spirale delle emergenze continue e investire energie
e risorse, frutto anche della solidarietà della gente, in
progetti di miglioramento sostanziale. Da anni, però, ci
si accorge che questo progetti del genere sono meno realizzabili
del progetto di una stazione spaziale orbitante per trascorre il
week hend, per il quale è più facile trovare fondi
e sponsor.
Nell’attesa che i “grandi” si muovano, i meninos
possono confidare solo su uomini come Renato Chiera che presidiano
le strade delle città africane, asiatiche e dell’America
Latina come soldati in trincea che si guadagnano il paradiso passando
per tutti gli inferni della terra. Non sempre riescono a ottenere
quello che vogliono, ma generalmente le cose vanno bene, soprattutto
perché si è fatto un passo avanti: non recupero, ma
prevenzione, “fatta con gli stessi metodi del delinquenti
- dicono i volontari. - Se loro fanno il passa parola, lo facciamo
anche noi, ovviamente alla rovescia. Ogni ragazzo dei più
grandicelli è l’anello di una maglia, controlla i più
piccoli che gli stanno intorno, distribuisce volantini a fumetti,
attacca poster. In più c’è una task force che
comprende albergatori, sacerdoti, medici, insegnanti, poliziotti:
chi ha qualcosa da segnalare sa dove rivolgersi.
La strada è questa; non ce n’è un’altra”.
Egidio Picucci
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