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dei cayapas e’ accompagnato da un cane
Una caratteristica tribù di indios
della selva ecuadoriana
IL SOLE DEI CAYAPAS E’ ACCOMPAGNATO
DA UN CANE
Per chi conosce anche sommariamente
l’Amazzonia brasiliana, la visita al Rio Cayapas dell’Ecuador
non riserva sorprese importanti. Acqua e foresta, che si fondono
in un abbraccio silenzioso e monotono, pur cullato dal canto di
invisibili uccelli, fanno infatti dei due mondi un “continente”
pressoché identico, anche se distesi in due direzioni opposte:
uno verso l’Atlantico, l’altro verso il Pacifico.
Nell’uno e nell’altro, inoltre, manca quasi completamente
l’uomo, giacché non è facile vivere in un ambiente
umido e brulicante di insetti che ti perseguitano come creditori
impietosi e si saziano solo di sangue. Nell’Amazzonia brasiliana
possono resistervi solo i Ticunas e le altre tribù sparse
sugli affluenti del Rio delle Amazzoni; nella foresta ecuadoriana
sopravvivono solo i Cayapas, arrivati sul fiume a cui hanno dato
il nome un secolo e mezzo fa e che sfocia nel Pacifico, vicino a
Esmeraldas, provenendo dalla cordigliera occidentale delle Ande,
accanto alle sorgenti del Rio Santiago, dove esiste tuttora una
località detta Pueblo viejo de los Cayapas.
Un’altra parte dei Cayapas si trasferì, invece, sul
Rio Canindè, a ovest di Esmeraldas, occupando un territorio
di circa 10 mila kmq, completamente sprovvisto di strade, ma ricco
di legname e di un buon quantitativo d’oro, reperibile lungo
i fiumi.
Piccoli di statura, diffidenti e piuttosto silenziosi, essi dicono
di se stessi di essere “chiachi”, cioè “gente,
popolo”, e hanno bisogno di molto tempo per aprirsi all’amicizia
e alla confidenza, preferendo rimanere chiusi nel loro mondo di
acqua e di piante, lottando disperatamente contro la sottoalimentazione
e la tubercolosi che a 40 anni li porta inesorabilmente alla tomba.
Amanti della comunità, difficilmente si muovono da soli,
ma in gruppo, trasportando sulle canoe tutti i loro averi; belle
canoe lunghe fino a sette metri, robuste, fabbricate da loro stessi
scavando il tronco d’un albero con una maestria insuperabile.
Per trovare la pianta adatta, sono capaci di arrivare fino alle
pendici delle Ande, restandovi fino a quando non hanno trovato quello
che cercano. Un padre che si rispetta ne costruisce sempre una piccola
per i figli, che imparano a remare a quattro-cinque anni.
I Cayapas non amano né i cambiamenti, a cui sono addirittura
ostili, né il chiasso e i trambusti, tanto che, incontrando
un ubriaco, lo legano a quattro picchetti di legno fissati per terra,
in modo che non importuni nessuno. Il loro conservatorismo, che
sarebbe più esatto definire una vera e propria riluttanza
ad affrontare la realtà di qualsiasi problema, ha permesso
tuttavia di conservare la loro economia di sussistenza. Cosa che
non è successa ai moreni, costretti a comprare da altri,
a prezzi maggiorati, quello che prima coltivavano.
Secondo i calcoli di A. S. Barrat, che agli inizi del ‘900
scrisse un interessante volume sui Cayapas, essi erano circa 2.500;
oggi toccano sì e no le duemila unità. Li ha falciati
soprattutto l’alta mortalità infantile, provocata o
dall’infezione tetanica nelle prime ore di vita (il cordone
ombelicale è tagliato con il “manchete”, il coltellaccio
tuttofare che gli uomini portano sempre con loro), o dalla sottoalimentazione
o dal morbillo.
I Cayapas – termine che letteralmente significa più
o meno piccolo padre e che all’inizio era forse un titolo
onorifico – sono abbastanza indipendenti all’interno
delle loro terre. Vivono in gruppi, ma ogni gruppo deve obbedienza
a uno dei quattro pueblos in cui è divisa il loro territorio,
ognuno dei quali è sotto la guida di un capo ereditario chiamato
Uñi o, ufficialmente, gobernador. L’Uñi è
assistito da un Kasa Uñi e da altri dignitari che si fregiano
di titolo spagnoli, come secretario, teniente politico, alcalde,
capitano e sargento, benché tutti siano conosciuti dai Kayapas
come Chaitala, cioè colui che tiene insieme il popolo.
Gli uomini cominciano a vestire all’europea, ma i più
usano ancora il vestito tradizionale, cioè pantaloni lunghi
invasati alle caviglie e una tunica azzurra o gialla che arriva
fino al ginocchio, orlata di strisce di altro colore. Le donne sono
rimaste all’anonimo telo rettangolare stretto ai fianchi,
e al petto coperto dai lunghi capelli corvini che vi scendono con
grazia naturalmente elegante. Riservatissime, difficilmente salutano
un estraneo, al quale voltano addirittura le spalle, giacché
un detto tribale ricorda che una donna disposta a salutare tutti
è “na baasa palaa pacaa-mu-chumu shimbu”, cioè
poco seria e moralmente discutibile.
Le abitazioni sono larghe baracche sopraelevate, col pavimento di
bambù, completamente sprovviste di pareti, a eccezione di
un angolino in cui sono conservati gli oggetti più cari.
Qui passa la notte una comunità familiare (di giorno i Cayapas
sono sempre e tutti all’aperto), composta generalmente di
più coppie sposate, e si prepara il cibo, quasi sempre a
base di “platano” (panda in lingua cayapa), un tipo
di banana più grossa di quella comune e con la polpa più
farinosa.
Le banane vengono piantate secondo un rituale connesso alla fertilità:
l’uomo scava la buca nel terreno e la donna pianta e rincalza
la terra.
Civilmente i Cayapas godono di un’indipendenza nominale, concessa
loro nel 1860 dal Presidente Eloi Alfaro, che si rifugiò
presso di loro quando fu deposto da un golpe militare. Nessuno riconosce
questa concessione, ma praticamente tra gli indios non arrivano
neppure gli esattori delle tasse. Gli unici funzionari statali che
si avventurano sui fiumi sono gli addetti alla lotta contro la malaria.
Nonostante questo, la vita sociale scorre su binari tranquilli:
i furti sono rarissimi, le offese quasi inesistenti, gli omicidi
sconosciuti: i pochi che dovessero verificarsi sono puniti con pene
severe ed esemplari.
Oltre al villaggio ordinario, essi ne hanno uno particolare, disabitato
ma ordinatissimo, chiamato “pebulusha”, destinato alle
riunioni solenni che si tengono a Natale e a Pasqua o in altre rarissime
occasioni.
I Cayapas parlano una lingua propria, agglutinante, che rifugge
dai termini astratti e si riferisce sempre a oggetti concreti, materiali.
L’occhio, per esempio, è detto caduca, palla che vede;
la testa nushpuca, palla che sa; la mano tyaapa, tavoletta lunga;
il dito tya mishu, testa della mano; l’aeroplano jè
mu cule, canoa che vola.
Essi ignorano la scrittura, e quindi tradizioni e leggende sono
trasmesse oralmente. Padre Vittadello, un missionario comboniano
vissuto vari anni tra i Cayapas, ha scritto per la prima volta le
loro parole con lettere latine, componendole e spiegandole nelle
rispettive radici durante il corso di lingua cayapa che teneva all’università
cattolica di Esmeraldas per la preparazione di insegnanti bilingue,
destinati ai villaggi sparsi lungo i fiumi. I primi a stupirsi furono
proprio gli interessati. Egli ha anche composto una grammatica,
apprezzatissima, ma che non ha entusiasmato i Cayapas per la scuola,
alla quale mandano i ragazzi più per far piacere al patere
(padre) che per convinzione. Per questo non tutti i Cayapas parlano
il castigliano, a differenza dei moreni, i quali, oltre ad essere
naturalmente più esuberanti e socievoli, capiscono la necessità
della scuola e vi mandano volentieri i figli. I Cayapas li ammirano
e li considerano più razionali di loro, dicendo di se stessi
di essere gente completamente irrazionale – tala mumu mijdetu
lala rasional tajtula – ma non hanno nessun desiderio di imitarli.
Gli uomini possono perfino dimenticare il proprio nome, perché
usano cambiarlo frequentemente.
La vita familiare è regolata dagli anziani perfino nelle
scelte fondamentali, come quella della sposa, per cui, quando un
giovane vuole sposarsi, notifica la sua decisione al comitato degli
anziani i quali gli scelgono la ragazza ritenuta più adatta,
a prescindere dalle sue esigenze pratiche o affettive. Nonostante
questo, i divorzi sono rarissimi; ma questo si deve forse anche
al residuo di un’antica evangelizzazione operata dal mercedario
P. Gaspar de Torres intorno al 1590. Ad essa è anche legato
certamente il termine con cui i Cayapas chiamano Dio, Diosapa, combinazione
dello spagnolo Diòs, Dio, e del cayapa apa, padre: quindi
Dio padre degli uomini.
Padre perché li ha creati. Benché pensino che il modo
esiste da sempre, essi ritengono che la creazione dell’uomo
avvenne in un momento particolare della storia, quando Dio modellò
nella creta cinque paia di uomini, diede loro la vita e li collocò
tra le montagne a oriente di Quito, dove si moltiplicarono. Di là
i Cayapas si spinsero verso il nord, ma, molestati in seguito ad
altri popoli, scesero verso la costa del Pacifico, lungo il Rio
che porta il loro nome e i suoi affluenti.
Del mondo hanno una concezione curiosa, considerandolo la risultanza
di tre piani orizzontali sovrapposti parallelamente e tenuti insieme
da una colonna d’argento: qualcosa che richiama un immenso
portafrutta a tre piani, il tutto immerso nel vuoto assoluto. Nella
parte centrale vivono gli uomini e alcuni spiriti benefici, mischiati
con altri cattivi e con le anime dei defunti.
Nel piano superiore vivono gli spiriti diversi dagli uomini. Il
mondo inferiore, invece, è abitato da creature simili agli
uomini, vissute anticamente sulla terra, sprofondate laggiù
da un terremoto e in attesa di un altro cataclisma che le porti
di nuovo tra gli uomini.
Il sole e la luna sono uomini straordinari, chiamati Pa’ta,
che mandano luce dagli occhi. All’inizio del mondo ne mandavano
un’intensità identica; poi Diosapa coprì un
occhio della luna per impedire ai cacciatori di sterminare tutti
gli animali. Il sole, che si affaccia nel nostro mondo attraverso
un buco aperto nell’estremo oriente, è vestito con
una tunica bianca e cammina per il cielo accompagnato da un cane
bianco. Quando arriva allo zenith si riposa, mangia un boccone a
base di polenta bianca e uova di fagiano bollito, poi scende lentamente,
fino a scomparire attraverso un altro buco, posto all’estremo
occidente.
La luna fa la stessa passeggiata e indossa la stessa tunica, ma
non è accompagnata dal cane.
Il mondo superiore è vuoto; non vi sono né mari, né
fiumi e né pioggia.
L’anima è concepita come una entità spirituale
impalpabile, modellata sulla forma del corpo che la contiene. Essa
non è esclusiva dell’uomo, perché può
trovarsi anche in molti animali: l’avrebbero perfino alcuni
oggetti di particolare valore, come certi frammenti di vasellame
antico. Le anime non muoiono, ma vagano attorno ai cimiteri o attorno
alle abitazioni in cui sono vissute, finché non verranno
allontanate da qualche stregoneria o dalla celebrazione di una Messa.
Per questo i Cayapas affrontano lunghi viaggi in canoa per trovare
un sacerdote e pregarlo di celebrare una Messa, alla quale, però,
generalmente essi non assistono.
Come tutti i popoli primitivi, anche i Cayapas credono fortemente
negli spiriti (spesso identificati con i Malaba, un tempo loro vicini
e nemici, oggi scomparsi), che dividono in vari tipi. Spiriti giganti,
che si aggirano per i boschi a gruppi di cinque o sei e aggrediscono
i cacciatori; Spiriti neri (uratu), che vivono in piccole capanne
riunite in villaggi sui monti a est di Quito e trasmettono gravi
malattie; Spiriti dal becco acuto e lungo, che uccidono gli uomini
succhiandone il sangue; Spiriti nani, che si trovano al nord della
nazione, atrofizzati dal sole; e, infine, gli Spiriti del mondo
inferiore, pehuru (letteralmente senza fondo schiena), che si moltiplicano
vagando al chiaro di luna.
Egidio Picucci
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