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IL REGNO DEI CIELI

La frase che, mentre si pronuncia tinge d’azzurro l’ambiente in cui è detta, fu usata la prima volta da Giovanni il Battezzatore nei giorni in cui versava una piccola onda d’acqua sulla testa di chi gli chiedeva il battesimo sulle rive del Giordano. “Fate penitenza, perché il Regno dei cieli è vicino”.
Non deriva da nessuna tradizione letteraria e probabilmente la usava il popolo per augurarsi qualcosa di nuovo, di bello e di piacevole.
L’espressione era bella e piacque perfino a Gesù, che la fece sua, colmandola d’una nuova profondità: quelle parole accoglievano ed esprimevano a meraviglia il suo messaggio, che era davvero una novità. La usò all’inizio della sua predicazione, camminando lungo il lago di Galilea il giorno che si presentò alla gente. “Fate penitenza perché il regno dei cieli è vicino”.

Nel Vangelo di S. Matteo la frase, ripetuta cinquanta volte, crea una piacevole atmosfera, soprattutto se messa vicino a espressioni in cui i cieli entrano con benevola prepotenza: “cieli aperti”; ”nel più alto dei cieli; “che sei nei cieli”; “passeranno i cieli”; “risuonò nei cieli”, e via dicendo. S. Marco e S. Luca preferiscono l’altra espressione, “Regno di Dio”, che indica la stessa cosa.
Ma che cosa, precisamente? Per la gente che la udiva indicava qualcosa di poeticamente indeterminato, di vago, di impalpabile; ma è chiaro che si trattava d’un ingenuo fraintendimento, perché se la sua attuazione era condizionata alla penitenza (fate penitenza…), non poteva trattarsi di una regno temporale o, comunque, materiale.

Pian piano Gesù tolse alla frase ogni possibile illusione e fece capire che il Regno dei Cieli era un disegno da attuare in vari momenti e sotto aspetti diversi, ma puramente spirituali. Regno da cercare ora in alto, presso Dio, ora più vicino a noi, dentro di noi. E’ la trasformazione tutta interiore della vita, il cambiamento dell’anima, dei costumi pesanti. E’ una santificazione di dentro, un fatto profondamente religioso. Interrogato un giorno come viene il Regno dei Cieli, Gesù rispose:”Il Regno dei cieli non viene come una cosa visibile e non si dirà: è qui, oppure là: perché, ecco, il Regno dei cieli è dentro di voi”. Il Regno dei Cieli è il Regno di Dio, il riconoscimento della sua sovranità intesa come paternità. “Padre nostro che sei nei cieli…” E’ l’aspirazione a un più esatto concetto di Dio, più libero e più intimo; perché Dio è Padre come prima non si sapeva, e gli uomini fratelli come prima non si voleva. E’ un rapporto tutto intimo con il cielo; è un disegno di misericordia e di grazia; è la redenzione che si attua negli uomini che per la prima volta si sentono veramente religiosi e nella libertà più vera, che è la libertà dal peccato.

Chi entra nel Regno dei cieli? “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre che è nei cieli. I violenti lo rapiscono”. I violenti, cioè i volenti con forza: i forti (o i violenti contro se stessi). E i semplici, gli umili. “Se non diventerete piccoli come questo fanciullo, non entrerete nel Regno dei cieli”.
Pian piano l’idea del Regno si delineò, e Gesù cominciò a paragonarlo a questa cosa o a quella: al granello di senape messo a dimora nel campo; a un chicco di grano gettato a terra; a una manciata di lievito che una donna mischia con la farina; a una rete gettata in mare; a dieci fanciulle che nella notte aspettano lo sposo che tarda…
E’ una cosa sola e tante: spesso è la sovranità di Dio nel mondo; spesso la vita dell’uomo purificato con la penitenza; spesso il Vangelo da predicare a tutto il mondo; spesso una bella adunanza in cui si ritrovano tante anime buone (non potrebbe essere il tuo condominio?); una città, una casa (la tua, per esempio)…E’ tante cose e alla fine una sola: il senso religioso e pulito della vita.
Pensaci in questi giorni di Natale, quando del Regno dei cieli è indicata la capitale - Betlemme - e la reggia, una grotta.

Egidio Picucci

 

 

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