|
Sei qui: Home
> Pubblicazioni > Archivio articoli > Una cittadella della carita’ per i poveri
del nord est dell’India
Grazie all’operosità di
un cappuccino romagnolo
UNA CITTADELLA DELLA CARITA’
PER I POVERI DEL NORD EST DELL’INDIA
Sitapur è una bella città
dell’India nord-orientale, in diocesi di Lucknow, dove i Frati
Minori Cappuccini indiani hanno una Vice Provincia, sorta dall’apostolato
dei confratelli emiliani-romagnoli che vi arrivarono nel 1940. Gli
oltre 60 religiosi che la compongono sono tutti locali, eccetto
due italiani, originari di S. Arcangelo di Romagna: i fratelli Gerardo
e Costanzo Perazzini.
All’inamovibilità di P. Gerardo, a Lucknow da 50 anni
e con tanto di cittadinanza indiana, si contrappongono le peregrinazioni
missionarie del fratello, che è tornato in India da poco,
dopo aver lavorato per qualche tempo in Etiopia, dove ha organizzato
la missione del Kambatta-Hadya, e a Ifakara, in Tanzania. Un’esperienza
preziosa, che gli ha consentito di imparare una decina di lingue,
veicolo privilegiato per tenere importanti rapporti interpersonali
prima con la povera gente etiopica e ora con quella più misera
ricoverata nell’ospedale che il fratello ha costruito a Sitapur
e del quale egli è cappellano.
Tutto nacque da un incidente stradale che P. Gerardo ebbe nel 1951.
Tradito dalla motocicletta che lo portava da un villaggio all’altro,
fu ricoverato nel piccolo ospedale del luogo, sprovvisto di tutto,
e nel quale guarì più per la sua forte costituzione
che per le cure dei medici.
Ne uscì sconvolto e col proposito di costruire un ospedale
modello, perché soprattutto i poveri potessero esservi accolti
e trattati come uomini. Durante la lunga convalescenza aveva assistito
a scene e a trattamenti che avevano fatto ribollire il suo prorompente
sangue romagnolo. Il missionario è stato di parola e oggi
Sitapur non ha solo un ospedale, ma una “cittadella della
salute” che comprende 22 padiglioni.
Il complesso è composto dal “Bishop Conrad De Vito
Memorial Hospital”, un ospedale con 300 posti letto, affiancato
da un semicerchio di abitazioni private, una per ogni medico; dalla
casa per le suore; dalla scuola-convitto per le infermiere; dagli
alloggi per gli inservienti; dal centro per bambini handicappati
e dal centro per i lebbrosi. P. Gerardo non ha dimenticato nessuno:
mezzo secolo di India gli ha consentito di entrare nelle realtà
locali più nascoste, per cui ha cercato di andare incontro
a tutte le necessità, alle necessità di tutti.
Ispirandosi al principio di Lord Macaulay che, fin dalla seconda
metà dell’ottocento, voleva “una classe di persone
indiane di sangue e di colore, ma inglesi di mentalità”,
alle indicazioni della Conferenza Episcopale Indiana degli anni
‘50, secondo la quale la sopravvivenza della chiesa era, a
quel tempo, “largamente legata alla sua capacità di
operare in campo sociale”, ma soprattutto ai principi evangelici
della carità, P. Gerardo ha pensato ai dalits della diocesi
e si è impegnato a fondo per la loro assistenza. L’ospedale
è nato da quella decisione.
Consapevole, inoltre, che non basta iniziare un’attività,
ma che occorre dare alle attività un inizio continuato, ha
unito all’ospedale una scuola perché il personale paramedico
segua i progressi della medicina, camminando al passo dei tempi.
Così ogni anno circa 150 persone, in gran parte infermiere,
si avviano alla conoscenza della medicina e del malato nei vari
reparti del nosocomio, a contatto con le realtà più
dolorose dell’ambiente. La loro preparazione è ottima,
se è vero che agli esami di stato risultano sempre prime.
La scuola è praticamente gratuita, visto che si esige dalle
alunne l’equivalente di 40 mila lire all’anno. “Quando
si investe per i poveri - dice il missionario - il Signore ti restituisce
almeno il doppio e puoi dar vita a qualche altra opera”.
L’accenno non è ipotetico, perché, oltre l’ospedale,
P. Gerardo ha costruito il “Sacred Heart Degree College”,
l’unico collegio universitario cattolico del Nord India, inaugurato
agli inizi del 1999. La grande struttura, che il missionario ha
tirato su con l’aiuto di benefattori italiani per ricordare
i suoi 50 anni di vita missionaria, ha un iter scolastico completo,
portando dalla scuola materna all’università 3.500
ragazzi a cui si offrono programmi d’avanguardia, organizzazione
seria, professori specializzati, strutture moderne e complete in
tutti i settori.
Ovviamente qui non tutto può essere gratuito come nella scuola
delle infermiere, ma le famiglie affrontano volentieri le spese
richieste, pur di garantire un’educazione appropriata ai figli.
“La scuola si mantiene bene - sostiene P. Gerardo - e mi permette
di accogliere gratuitamente molti poveri e di finanziare altre opere
sociali destinate ai cattolici, i più poveri tra i poveri.
Gli alunni del College sono quasi tutti indu e musulmani, più
benestanti dei cattolici e con i quali, grazie all’insegnamento
delle “scienze morali”, si può fare un ottimo
lavoro formativo”.
Nonostante tanti e diversi impegni di promozione, P. Gerardo non
dimentica infatti di essere innanzitutto un missionario, e come
tale ha a cuore l’annuncio del Vangelo. Non potendo più
recarsi nei villaggi a trovare la gente, si interessa di quella
che viene a trovarlo a casa sua, dove la promozione va di pari passo
con quel tanto di evangelizzazione che l’ambiente permette.
E così per lui scuola, ospedale e College non sono segni
di potere, ma potere dei segni: segni di un cristianesimo che ha
imparato dal suo Fondatore a distribuire pane e dottrina alla folla
che ha bisogno dell’uno e dell’altra. “Se tua
sorella ha bisogno - diceva S. Teresa alle sue suore - tu devi essere
capace di digiunare per venirle incontro”.
P. Gerardo ha fatto anche questo, almeno quando era più giovane,
ma ora che è sulla soglia degli ottanta, al digiuno ha sostituito
l’imminente rinuncia alla direzione della cittadella che dovrà
necessariamente sopravvivere a lui. Per questo ha deciso di affidare
le “opere della gente”, come lui chiama il complesso
delle strutture, alla diocesi e alle suore: alla prima andrà
la scuola; alle Suore della Santa Croce andrà l’ospedale,
e un altro istituto di suore non ancora scelto andrà il College.
“A Sitapur e dintorni - ha scritto il Ministro Provinciale
dei Cappuccini di Bologna - la provvidenza dei poveri si chiama
Father Gerard, un cappuccino forse un po’ anomalo, ma che
reincarna bene in terra indiana quel Passator cortese romagnolo
che si serviva dei ricchi per aiutare i poveri”.
Egidio Picucci
|
|