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piu’ bello
IL COMANDAMENTO PIU’ BELLO
Ciascuno di noi ha nel cuore un angolo
di terra - campagna o città - dove il giorno del Signore
è santificato come vuole l’antico comando. Ci rifletta
un momento, e veda se c’è altro spettacolo più
bello. Viene in mente quello che il grandissimo Bossuet diceva degli
Ebrei, a proposito del non aver essi avuto teatro. Le sue parole
si applicano meglio al popolo nuovo, perché i cristiani possono
veramente fare a meno dei teatri, avendo le loro feste, più
splendide d’ogni spettacolo.
Il “popolo nuovo” vive oggi in terre arrivate al cattolicesimo
da poco tempo, come alcuni Paesi dell’Africa o dell’Asia,
dove s’è stabilito un secolo fa. O anche meno. Ancora
fanciulli nella fede, lì gli uomini avvertono più
di altri la vita di Dio visibilmente descritta per segni e figure;
musicata dai canti; interpretata dai colori delle vesti sacerdotali,
simili a una prateria variopinta; commentata da santi segni che
per gente tutta fantasia hanno un valore altamente rappresentativo.
“E’ difficile - ha scritto un missionario - immaginare
l’ansia con cui i miei cristiani attendano la domenica, non
tanto per indossare il vestito migliore, quanto per condividere
la gioia di trovarsi insieme (che è poi un fare fraternamente
comunità) e mostrare l’orgoglio di essere cristiani.
In occidente la domenica è dell’automobile, sia per
andare a Messa - chi ci va - sia per la fuga settimanale. Nella
mia missione la domenica è ancora dell’uomo, che va
in chiesa a piedi, scambiandosi sorrisi e saluti, che sono un cominciamento
di carità. Gente diversa, ma con un trasporto uguale, con
una gioia comune, nonostante la fatica d’un cammino generalmente
lungo e disagevole.
Idillio? E idillio sia; perché veramente questa è
la festa dei cuori. Di tutti i cuori, anche di quelli dei non cristiani
che, attirati dal rullo dei tamburi e dai canti che si spandono
nella valle, si affacciano in cappella per vedere com’è
fatta la gioia. Così anch’essi sentono dirsi parole
e promesse di misericordia e ricordare speranze di beata eternità.
Ciascuno ode e gode, e porta via secondo il suo bisogno.
La liturgia domenicale è per noi un grande mezzo di evangelizzazione.
Essa permette infatti di far capire la soprannaturale parentela
con il “Grande Spirito”, un fatto che l’africano,
abituato alla famiglia allargata, somatizza subito, felice che questa
famiglia abbia per capo Dio e per fratelli i santi; orgoglioso che
il Signore parli e conversi umanamente non solo con i bianchi e
che fin dalla terra anche i neri possano conoscere i costumi del
cielo”.
Più d’un missionario arricchisce la domenica con l’amministrazione
dei battesimi o la celebrazione dei matrimoni per illustrare e velocizzare
la catechesi. “In ambienti musulmani - ha aggiunto lo stesso
missionario - questo ci ha consentito di far assumere alla domenica
un particolare carattere religioso, riconosciuto, o per lo meno
non ostacolato, dalle autorità civili. Non è raro
che nelle città si concedano permessi eccezionali per assentarsi
dal lavoro e partecipare alla festa della “gente del libro”,
come sono chiamati i nostri battezzati.
In questi casi la partecipazione alla liturgia è corale,
le melodie più vibranti, la comunità più unita.
Non sono rare, in queste occasioni, rappacificazioni tra famiglie
in discordia; richieste pubbliche di perdono che fanno pensare come
il fatto di avere un giorno dedicato interamente al Signore sia
un motivo sufficiente per vivere e vivere bene”.
Sarebbe tuttavia ingenuo ignorare che anche in Africa c’è
un secolarismo in agguato. “Le nostre società - ammonì
negli anni ‘80 il teologo camerunese Jean Marc Ela - non sono
più al riparo dalla secolarizzazione, dall’ateismo
o dall’indifferenza religiosa”.
Questo si verifica soprattutto nelle grandi metropoli, dove il tasso
di crescita è oggi il più alto del mondo, con i relativi
problemi di sopravvivenza, e dove la globalizzazione dell’economia,
del libero mercato e del massimo profitto spingono anche i cattolici
a mettere insieme religione e danaro. Terreno fertile per questo
sono anche i mass-media. Ma l’Africa dei villaggi (e i villaggi
“sono” l’Africa) resiste.
“ La festa, nei villaggi, è il momento privilegiato
che fa rifiorire la generosità, l’impegno sociale,
la comunione umana, il tempo in cui anche le più rigide norme
tribali - ha concluso il missionario - vengono spezzate per introdurre
la libertà del gratuito e la logica dell’avere (che
comincia a farsi sentire!) è scardinata e rimpiazzata con
quella del donare. E’ infatti soprattutto durante la festa
che si prende coscienza delle necessità degli ultimi e si
decide di intervenire collettivamente in loro aiuto; che tutto diventa
segno e sogno dell’incontro con il creato, con gli uomini
e con la parola di Dio, ascoltata e capita come non avviene nel
mondo civilizzato.
Nessuno meglio della gente dei miei villaggi capisce e assimila
la passione del pastore per la pecora smarrita; l’affanno
e la gioia per la moneta perduta e ritrovata; la necessità
che il seme cada sulla terra buona; l’attenzione per l’uomo
ferito incontrato sulla strada. Essa vive quotidianamente queste
realtà, e coglierle sulla bocca del Signore la riempie di
felicità.
Non so se, come mi è stato insegnato a scuola, il terzo comandamento
sia proprio il più grande; certo è il più bello.
Almeno per i cristiani delle nostre missioni i quali, nel ricordo
del mistico riposo che Dio prese a creazione compiuta, rivivono
la sua soddisfazione perché ‘ogni cosa era fatta bene’.
Essi non fanno tutto bene, anche se lo vorrebbero: per questo la
domenica è l’occasione per cercare insieme come poter
far meglio”.
Egidio Picucci
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