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LE LUCI DI DIVALI ADOMBRANO
LA GIOIA E LA SERENITA’ DEL NATALE

La festa più conosciuta e più diffusa dell’induismo è Divali, la festa della luce, che si celebra in autunno, alla fine del monsone. La parola Deepavali, da cui deriva il nome della festa, significa “gruppo di luci, serie di luci”, perché queste hanno un ruolo predominante nei riti che accompagnano le celebrazioni, così affascinanti che adulti e bambini ne sono soggiogati.
L’origine storica della festa è sconosciuta, ma si può scoprire nelle leggende che l’hanno inserita in alcuni episodi della storia nazionale, in modo che tutti gli indù possono considerarla propria e prendervi parte.
I visnuiti, per esempio, ne fanno risalire l’origine all’incoronazione di Rama, re di Ayodhia, incoronazione avvenuta in un paese splendente di luci. Secondo un’altra leggenda Divali ricorda l’incoronazione del re Vikramaditya, che compare in tanti antichi racconti.

In altre parti dell’India la festa viene posta in relazione con la lotta sostenuta e vinta da Visnu con il demonio Naraka, che scorrazza nella sporcizia. Egli è probabilmente la personificazione del monsone di sud ovest, il vento tempestoso che ha più volte sommerso e sommerge impietosamente terre e villaggi. Con la festa di Divali, che cade alla fine della stagione dei monsoni, si intende quindi celebrare la liberazione dalle inondazioni che lasciano sui campi quanto di ingombrante e di sudicio l’acqua trascina con sé.
Qualunque sia l’origine del Divali, tanto le leggende quanto le cerimonie che l’accompagnano hanno un denominatore comune: la gioia per la vittoria contro il demonio o per l’incoronazione del dio Rama o di un qualsiasi buon re; la felicità per la sconfitta del vero sul falso, del bene sul male, del bello sul sudicio. Il motto nazionale, “Satyameva Jayate”, racchiude il contenuto simbolico della festa, come la preghiera che si recita durante i riti ne esprime le speranze:“Portami dalla falsità alle verità, dal buio alla luce, dalla morte all’immortalità.”

Simbolo di questa vittoria è la luce, che in India indica la iñana, la vera conoscenza. C’è chi ha voluto vedere in questo insistente riferimento alla luce un richiamo alle letture ebraico-cristiane in cui si dice che “Dio è luce”, non solo perché fonte della luce, ma anche perché “illumina ogni uomo che viene in questo mondo”.
Qualcosa di simile si legge infatti nelle scritture indù:” C’è una luce che illumina tutte le cose della terra…E’ la luce che brilla nei nostri cuori”. Oppure: ”Brahman, l’Essere Supremo, è l’irradiante luce delle luci”. Egli viene chiamato Svayam Jyoti (Luce della bontà, Salvatore Supremo”), Param Jyoti (Luce di Dio, Luce dell’Eccellente), Arul Perum Iyoti (Grande luce della grazia). Sole e luna nelle letteratura indù vengono considerati gli occhi di Dio. Nella Gita, il “canto del sublime”, che si fa risalire attorno al 300 a.C. e in cui Krisna si manifesta, egli viene descritto così: ”Se in cielo spuntassero d’un tratto mille soli con tutto il loro splendore, essi stenterebbero ad arrivare allo splendore del potente Iddio”. Il Gita è considerato il Nuovo Testamento dell’induismo.

La luce, con i fenomeni che spesso l’accompagnano (trasfigurazione della persona e la sua completa immersione interiore ed esteriore nella chiarezza), è l’elemento più costante presso gli orientali, per cui non è difficile trovare nel Divali significativi avvicinamenti con quanto della luce è detto nella Bibbia, che ne parla 252 volte, dalle prime pagine della Genesi (“Dio fece due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte”, Gn 1,16), fino a quelle ultime dell’Apocalisse (“Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada”, Ap 22,5). L’espressione fu fatta sua da Gesù stesso, il quale disse di essere “la luce del mondo (Gv 8,12)” e di averla partecipata agli uomini:”Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Alla sua presenza, le tenebre - gli spiriti cattivi - vengono dissipate; la falsità e l’ipocrisia sono smascherate; la violenza della malattia è superata e la morte è vinta. Gli ortodossi dicono che “mediante lo Spirito Santo, il mondo intero ha ricevuto un battesimo di luce”.

Grazie a questo riferimento alla luce, per i cristiani dell’India il Divali è guardato con simpatia, perché consente riferimenti sicuri a Cristo, luce vera, che “fa essere” le cose e senza il quale esse “è come se non esistessero”; e perché permette di spiegare l’ordinamento del cosmo, dato che la luce, oltre ad essere condizione dell’esistere, lo è anche della stessa vita. Essa è una “ierofania” (manifestazione del sacro) e una “cratofania” (manifestazione della forza divina), per cui si può applicare non solo a Dio, ma anche a chi vive di Lui: non per nulla i neo battezzati anticamente erano detti “illuminati”. In senso analogico, inoltre, mentre le tenebre sono corollariamente simbolo del male, dell’infelicità, della perdizione e della morte, la luce è l’esaltazione di ciò che è bello e buono, di ciò che è illuminazione, conoscenza e sapienza.
E siccome la “vera luce” si manifestò a Natale, è logico che, soprattutto in questo tempo, per i cristiani il riferimento al Divali diventa più pertinente perché, come le sue luci splendenti davanti alle case significano che le tenebre provocate dalla corruzione, dall’ideologia di casta, dal cattivo agire vengono vinte da un’autentica dedizione, così con la nascita di Cristo i suoi discepoli possono “buttar via le opere delle tenebre e indossare le armi della luce” (Rm 13,12) o “non camminare nelle tenebre e avere la luce della vita” (Gv 8,12).

Egidio Picucci

 

 

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