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e’ un problema culturale
LA FAME E’ UN PROBLEMA CULTURALE
“E’ impossibile che il
mondo possa vivere in pace con tre uomini su quattro che soffrono
la fame, mentre il quarto sta male perché mangia troppo”.
Lo ha detto Helder Camara, morto con l’angoscia di quel contrasto
che dura ancora.
Le dimensioni del pianeta fame sono note, per cui basta ricordarne
soltanto una: su dieci bambini nati nella miseria, due muoiono nel
primo anno di età; un altro prima dei cinque e solo cinque
arrivano ai quarant’anni. Ma questi cinque “fortunati”
sono uomini non completamente sviluppati: la mancanza di istruzione,
la precarietà del lavoro, l’assenza di motivazioni
e la minore resistenza alle malattie dovuta alla cattiva alimentazione
compromettono spesso il loro sviluppo fisico e intellettuale.
Per questo da anni si è dichiarato “guerra” alla
fame, una guerra combattuta non dagli “strateghi da caffè”,
lontani mille miglia dal fronte, ignari della complessità
del problema, ma dai missionari che si spingono in trincea e individuano
la radice del sottosviluppo, che è di natura culturale. Aiutare
i poveri è doveroso, ma tremendamente difficile. Il primo
strumento di liberazione dell’uomo dalla schiavitù
del bisogno è la formazione di una coscienza personale e
comunitaria che aiuti a recepire e a integrare senza traumi nel
proprio patrimonio culturale i valori e i prodotti validi della
civiltà moderna.
In caso contrario, l’afflusso di aiuti economici internazionali
potrebbe rivelarsi perfino controproducente. Un esempio: lo sviluppo
del Terzo Mondo deve puntare sul progresso del mondo rurale, al
quale è legata la sorte di due miliardi di uomini. La mancanza
di un progetto valido di animazione in tale settore, finirà
per provocare un esodo in massa dai campi e un’urbanizzazione
selvaggia ed esplosiva.
In alcune zone dell’Africa hanno ottenuto di più semplici
missionari che hanno selezionato una razza di buoi resistente alla
mosca tse-tse, che migliaia di trattori multivomeri, fuori uso a
pochi mesi dall’invio per mancanza di pezzi di ricambio.
Il mancato sviluppo di gran parte dell’umanità si deve
alle culture dei paesi poveri che non sono dinamiche, ma statiche
(si pensi ai millenari tabù alimentari), mancando di quei
vitali fermenti di progresso dell’uomo e della società
che l’occidente ha ricevuto soprattutto dalla Bibbia e dal
cristianesimo. Abramo Than, vescovo di Kengtung (una cittadina ai
confini con Laos, Thailandia e Cina) ha detto che “quando
fra i tribali della diocesi arrivano il Vangelo e i valori biblico-evangelici,
cambiano i costumi e la mentalità; le culture tradizionali
si umanizzano; entra il concetto della dignità del singolo
uomo (della donna e del bambino) e l’economia cambia per il
meglio”.
La fame nel mondo è un segno della vita disumana che tutti,
ricchi e poveri, stiamo conducendo: quindi un fatto da prendere
come sintomo di una “crisi di civiltà” che riguarda
e coinvolge tutti gli uomini. La salvezza comune può venire
solo da un incontro, da un dialogo fra le culture che riconoscano
ciascuna i propri limiti e che si arricchiscano reciprocamente per
fondare insieme un mondo ispirato a quella “civiltà
dell’amore” disegnata così nitidamente nelle
grandi Encicliche sociali degli ultimi Pontefici (da Pio XII a Giovanni
Paolo II), i quali hanno lanciato il tema - non solo ”caritativo”,
ma anche “culturale” - della fame nel mondo.
Solo la Chiesa ha avvertito l’esigenza di operare questa decisiva
rivoluzione culturale, portandola avanti sia sul piano dottrinale
che su quello operativo con l’azione dei missionari. Essi
infatti sono impareggiabili strumenti di mediazione culturale, perché
non solo vanno nei Paesi poveri, ma tornano in patria a comunicare
le ricchezze spirituali, morali e religiose degli stessi Paesi.
Il sottosviluppo del Sud del mondo viene dalla mancata evoluzione
degli uomini che vi abitano. Essi vivono con un piede nella preistoria
e l’altro nel nostro tempo: vedono la televisione e vanno
in aereo, ma spesso non conoscono i mezzi più ordinari per
il trasporto delle merci. La cooperazione allo sviluppo deve quindi
preoccuparsi anzitutto dell’uomo; ma per far questo bisogna
mandare altri uomini, non solo danaro e macchine che nessuno sa
usare.
Alcuni Paesi hanno compiuto progressi sorprendenti. In che modo?
Attraverso l’educazione, l’interesse e la protezione
degli Stati per i più poveri e - da non dimenticare! - attraverso
l’opera educativa dei missionari cattolici e protestanti e
di volontari per i quali resta sempre valido che “chi ha molto
ricevuto, deve dare molto”, collaborando con gli indigeni
che vogliono “vincere in casa”.
Egidio Picucci
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