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Oggi è un sobborgo di Tel Aviv

A GIAFFA, “LA BELLA”, E’ VIVO IL RICORDO DELL’APOSTOLO PIETRO

Dal 1950 il municipio di Tel Aviv ingloba un’antica città araba, Giaffa, che vuol dire bella, l’incantevole, aggettivi che, oltre a riferirsi allo splendore della città (65 mila abitanti), rimandano simbolicamente a Jafet, il figlio di Noè da cui sarebbero discesi gli uomini di razza bianca e che, stando alla leggenda, sarebbe stato il fondatore della città stessa.
Gli elementi che emergono di più, in questo centro che prolunga verso sud Tel Aviv, sono proprio la bellezza e i ricordi neotestamentari. La bellezza (jafah, lo stesso aggettivo usato dall’innamorato del Cantico dei Cantici per la sua diletta) viene dalle case dai tetti a cupola allineate a fianco delle vie strette e pulite che ondeggiano e si biforcano; dai colori patinati dal tempo; dal folclore; dai balconcini sospesi sopra gli archi di vario stile; dall’odore del pesce e del mare; dalle radici della storia millenaria, come attestano i cinque strati trovati dall’archeologo M.Y. Kaplan tra il 1955/57 sul promontorio prolungato dalla città e che un tempo faceva spazio alla maggiore insenatura della Terra Santa.

Approdavano qui le navi che solcavano il Mediterraneo, e quindi anche quelle fenicie che trasportarono i cedri chiesti da Salomone per la costruzione del tempio (2 Cronache, 2,16); da qui salpavano quelle dirette all’altro estremo dello stesso mare, compreso il battello che prese Giona per allontanarsi quanto più poteva da Ninive, dove Dio voleva che andasse a predicare.
Essendo l’unico porto della zona, Giaffa (che nel greco del Nuovo Testamento è detta Ioppe per la leggenda di Cassiopea, a cui fu chiesto il sacrificio della figlia), attirò l’interesse di varie nazioni, non escluso l’Egitto, come si legge in un papiro conservato al British Museum di Londra. Secondo questa testimonianza, Giaffa sarebbe stata conquistata con uno stratagemma analogo a quello del cavallo di Troia, perché un manipolo di soldati del faraone fu introdotto in città con una partita di grano. Nascosti in grosse ceste sulla banchina del porto, nel cuore della notte essi uscirono e presero il controllo della città.

L’altra bellezza viene a Giaffa dai ricordi neotestamentari che ruotano attorno alla figura di S. Pietro, a cui è dedicata la chiesa dei Frati Minori Francescani, a due passi dalla torre dell’orologio e dall’elegante quartiere degli artisti, stipato di gallerie d’arte e di negozi d’antiquariato.
Nonostante i rifacimenti e gli interventi fatti nell’ottocento, la chiesa mostra qua e là i segni della prima costruzione (1650) che sostituì un precedente edificio crociato eretto nel 1251 da S. Luigi IX, re di Francia, ricordato in una statua del chiostro. Qui sostò anche Napoleone nel 1799, mentre la città gemeva per la peste. La piazza antistante, kikar Kedumin, occupa l’area della Giaffa ellenistica e romana, attraversata anche da Pietro e dagli altri predicatori del Vangelo.
La pala dell’altare, invece, rievoca la visione che l’apostolo ebbe qui durante un mezzodì assolato, mentre era sulla terrazza della casa di Simone il cuoiaio, un artigiano che lo ospitava.

Racconta S. Luca negli Atti. “Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva:’Alzati, Pietro, uccidi e mangia’. Ma Pietro rispose:’No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo.’ E la voce di nuovo a lui:’Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano’.
Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu risollevato al cielo” (10,11-16).
“Il simbolismo della visione - ha scritto Mons. Ravasi - è comprensibile se si ricorda che gli Ebrei devono seguire alcune prescrizioni di purità alimentare, regolate da vari passi biblici e della tradizione. Ora, impuri erano considerati anche i pagani”.

A nord di Giaffa, lungo quella stessa costa, c’era Cesarea Marittima, costruita da Erode il Grande, dove risiedeva il procuratore romano. Ai tempi di Gesù vi abitava Pilato. Nei giorni in cui Pietro si tratteneva a Giaffa viveva lì il centurione Cornelio, che si era accostato alla spiritualità ebraica. Dio stabilì quasi un ponte ideale tra lui e l’apostolo, e così Pietro si recò a Cesarea, gli parlò di Gesù e lo battezzò, facendone il primo cristiano romano.
Si rivelò così in pienezza il simbolismo di quella visione universalistica che cancella ogni “impurità” esteriore, ogni distinzione etnica e culturale, come scrisse qualche tempo dopo Paolo ai Galati:”Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo (3,28).
Tra Giaffa e Cesarea avvenne proprio questo attraverso la rivelazione divina e la predicazione fruttuosa dell’apostolo. Per questo nella chiesa di S. Pietro il pulpito di legno è fatto a forma di albero ricco di frutti: la parola del Vangelo è sempre feconda.

Feconda anche di miracoli, se è vero che a Giaffa Pietro risuscitò Tabità (in aramaico “la gazzella”), una donna buona e generosa verso i fratelli e le sorelle cristiane. L’episodio è così delicato che non va sciupato con parole diverse da quelle semplici e incisive di Luca. “Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi rivolto alla salma, disse:’Tabità, alzati’. Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti e le vedove, e la presentò loro viva. La cosa si riseppe in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore. Pietro rimase a Giaffa parecchi giorni, presso un certo Simone il conciatore” (9,40-43).

La casa di Simone c’è ancora, poco lontana da un vecchio minareto che funge da faro e appartiene a un privato. E’ moderna, ma all’interno un pozzo e alcuni frammenti lapidei del sec. I d.C. ne ricordano l’antichità e l’incorniciano di una bellezza che i secoli hanno rispettato e che è diventato un emblema per tutti i cristiani non orientali. Il terrazzo di quella casa ricorda che lì è stato trasmesso un messaggio per i credenti “di ogni lingua, popolo e nazione”.
E Giaffa, incantevole nonostante le trasformazioni subite nei secoli, e porto in cui un tempo approdavano quasi tutti i pellegrini che visitavano la Terra Santa, resta ancora la terra dalla quale la parola di Cristo è diramata nella bellezza, nella bontà e nella verità da un capo all’altro del mondo.

Egidio Picucci

 

 

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