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Paschatis: Il volto della gioia
VIA PASCHATIS: IL VOLTO DELLA GIOIA
Di “mistero pasquale”
si parla da poco tempo, ma intensamente, quasi a ricuperare il tempo
in cui se ne è parlato poco o per niente. La Sacra Scrittura,
del resto, parla solo di “mistero di Dio” (Col 2,2),
di “mistero di Cristo” (Col 4,3; Ef 3,4) e la spiritualità
cristiana, riflettendo sull’opera salvifica di Gesù,
si è soffermata ora sul primato della croce, ora su quello
della risurrezione.
La tradizione della chiesa occidentale, per cause varie e note,
ha privilegiato il primato della croce, seguendo il pensiero soteriologico
di S. Anselmo, il quale, presentando la redenzione operata dal Figlio
di Dio fatto uomo, prescinde completamente dal ruolo della risurrezione.
Anche per questo, forse, molti ordini o congregazioni religiose
hanno fondato il loro carisma sulla croce e sulla passione del Signore
Gesù (Passionisti, Stimmatini, Società del Preziosissimo
Sangue, ecc.) e quasi nessuno sulla risurrezione. Nelle chiese è
avvenuta la stessa cosa: c’è una Via Crucis; si espongono
molti crocifissi, ma pochissime immagini di Cristo Risorto (eccetto
nelle chiese del sud Italia, dov’è possibile vederle,
almeno durante il periodo pasquale).
Invece nel periodo immediatamente precedente e seguente al Vaticano
II è fiorita una vasta ricerca sulla risurrezione e, sia
nella liturgia che nella vita di pietà, è stata fatta
risaltare quasi esclusivamente la festa, la gioia e la vita. E’
nata la Via Lucis, che non sostituisce la Via Crucis, ma la completa,
perché il mistero pasquale contempla nella sua globalità
anche il suo secondo aspetto, che è quello della risurrezione.
C’è chi ha riferito che, al termine della Via lucis
una donna abbia detto:”Dopo la Via crucis mi sento il cuore
pieno d’amore per il mio Dio che si è fatto crocifiggere
per me; dopo la Via lucis mi sento il cuore colmo di gioia per il
mio Dio che mi chiama a vivere con Lui nella pace e nella sicurezza
della sua presenza immancabile”.
E’ chiaro che il mistero pasquale, nella sua integrità,
abbraccia la morte e la risurrezione di Cristo, come vertici estremi
del mistero di Cristo, momenti culminanti della sua missione salvifica
e redentiva. E’ risaputo che durante i primi secoli i cristiani
celebravano una sola festa, cioè la veglia pasquale, che
abbracciava un periodo di cinquanta giorni, durante i quali si commemoravano
insieme il giovedì, il venerdì, il sabato santo, la
domenica di Pasqua, l’Ascensione e la Pentecoste, vale a dire
il mistero pasquale nella sua fase completa.
Per S. Giovanni il mistero pasquale è la consumazione della
discesa del Verbo nella carne, e la morte e la risurrezione di Cristo
costituiscono due momenti di un unico avvenimento, condizionantisi
e interpretantisi a vicenda. Raramente infatti l’annuncio
della morte non contiene anche quello della risurrezione (Lc 9,44;
Mt 26,2). Nelle tre solenni predizioni della passione, riferite
dai Sinottici, il programma della vita di Gesù si chiude
con la risurrezione (Mt 16,21; 17,22; 20,17). “Se ci fosse
solo il segno della morte - ha scritto Ignazio Sanna - l’amore
si rivelerebbe dono, ma non vita eterna; la morte di Cristo sarebbe
una testimonianza per la ‘giustizia’, ma non una vittoria
sulla morte. Se invece Cristo avesse manifestato solo la sua potenza
messianica, l’amore di Dio non si sarebbe manifestato nella
nostra condizione. La morte e la risurrezione sono dunque l’epifania
del mistero di Dio nella condizione umana”.
La vita terrena di Gesù è il compimento di un programma
o di una missione in una dimensione di obbedienza radicale (Gv 4,34;
5,19; 6,38; 8,55; 12,49). La libertà con cui Egli compie
la missione è contrassegnata prima da scontri e poi da un’opposizione
attiva (Mt 3,6) che si conclude con la sua morte (Mt 12,6-8) perché
così ha stabilito il Padre (At 2,23) che resta l’agente
principale, visto che “tutto ha origine da Dio Padre, che
ci ha riconciliato con sé attraverso il Cristo e ha affidato
a noi il servizio della riconciliazione ( 2 Cor 5,18).
La missione del Figlio che viene dal Padre e a Lui deve ritornare
è quindi suggellata dal Padre stesso, che esalta il Figlio
nel giorno della Pasqua, giorno che contiene l’evento più
decisivo della storia umana, indicato o rappresentato con categorie
uniche, perché nel linguaggio e nell’esperienza umana
non esistono analogie che servano a indicare il fenomeno della risurrezione,
avvenuta, tra l’altro, nella totale assenza di testimoni umani.
La risurrezione comporta in Cristo la trasfigurazione da servo sofferente
in Messia glorioso, che ha ogni potere in cielo e sulla terra (Mt
28,18) e sulle ricchezze dello Spirito (At 2,33); in Signore dei
morti e dei vivi (Rm 14,9) e principio del cosmo (Col 1,15-17);
in Figlio di Dio che non conosce più ostacoli di nessun genere
e che supera le leggi della natura e della stessa ragione (1Cor
14); in sacerdote eterno che siede a fianco del Padre e intercede
per noi con la sola presenza (Eb 9,24), diventando principio di
eterna salvezza.
Tutto questo si riflette ovviamente sulla Chiesa, la quale con il
compimento del mistero pasquale ha acquistato una nuova vita (Rm
8,9), una nuova conoscenza (Fil 3,10), una nuova morale (Rm 7,16).
Mentre però Cristo è ormai diventato vincitore del
mondo (Gv 16,33) e ha sottomesso al suo dominio tutte le cose, la
Chiesa, ancora immersa nel mondo, geme sotto il peso di un’esistenza
mondana e nella fatica d’un cammino di fede, non ancora illuminato
completamente dalla visione (2Cor 5,4-8).
Il tempo della Chiesa, tempo della pazienza di Dio e dell’uomo,
tempo della celebrazione dell’Eucaristia finché egli
venga (1Cor 11,26), tempo del già e non ancora, è
collocato tra la risurrezione iniziale, che la fa nascere alla storia,
e la risurrezione finale, che la fa nascere all’eternità.
Fino a quando non si affermi la carità nel possesso eterno
della stessa vita di Dio, ci sarà uno stato di vita, la verginità,
che testimonierà al mondo la presenza del mistero pasquale
nella chiesa e la relativizzazione di tutte le situazioni umane
di fronte alla potenza del regno dei cieli.
E ci sarà una virtù, la speranza che, prendendo il
suo avvio dal possesso attuale dello Spirito, alimenterà
l’attesa della redenzione totale dell’umanità
(Rm 8,23).
Il mistero pasquale è quindi il fondamento della salvezza
cristiana, offerta a tutti gli uomini indistintamente, anche a coloro
che sono fuori dai confini giuridici della chiesa perché
anch’essi, nel modo che solo Dio conosce, hanno dallo Spirito
Santo la possibilità di venire a contatto con esso (GS 22).
La Chiesa del Vaticano II è stata chiamata dallo Spirito
a tornare alla sorgente nativa per incarnarsi nel suo oggi e lanciarsi
verso il suo non-ancora. “Dato che la sua sorgente genetica
- ha scritto Sabino Palumbieri nel fascicolo preparato per il Cammino
pasquale della vita consacrata - è l’evento pasquale
di morte e risurrezione, mistero bifronte i cui aspetti sono in
dissaldabili, ne deriva che si deve fare memoria per fare progetto.
La pietà popolare fa memoria in due atti, nella forma della
Via crucis e, da pochi anni, nella Via lucis. La prima è
venerando e vetusta; la seconda, di recente origine, è ormai
recepita da tutti.
Fare progetto significa sostare sotto la tenda per narrare il centro
delle meraviglie dell’evento-Cristo e invocare, con cuore
e accenti di popolo, Cristo risorto dalla morte, sposo della Chiesa
in cammino”.
Questo mistero bifronte, che abbraccia la morte e la risurrezione,
è stato chiamato Via Paschatis, perché si tratta di
un invito a percorrere la strada della Pasqua con Cristo, sia nella
sofferenza che nella pienezza della vita.
La vita consacrata condensa la sponsalità di tutta la Chiesa
con Cristo appassionato e risorto. I consacrati sono profezia vivente
che anticipa la forma d’essere della comunità dei salvati
nel Regno. Essa, pertanto, è come il modulo della riproduzione,
obiettivamente più completa, del mistero pasquale (VC 24).
Per questo Georges Bernanos esortava i consacrati a mettersi ogni
giorno davanti allo specchio, per vedere se hanno una faccia da
risorti.
“Il cristianesimo è una cristoterapia non come invenzione
di una ricetta, ma come applicazione di un evento. E questo grazie
alla risurrezione, che è la vera cura del male radicale dell’angoscia
nella sensazione di precipitare inesorabilmente verso il nulla,
che toglie senso a ogni senso” (Palumbieri).
Non si scopre nulla dicendo che la vita consacrata è insidiata
dallo scetticismo, dal relativismo e dall’utilitarismo, mali
che si combattono in vari modi, primo fra tutti con la convinzione
che la vita consacrata è fondata sulla roccia dell’Amore
crocifisso (1Cor 15,14) “per la salvezza in prima istanza
e, poi, sull’Amore risorto, per la pienezza”.
La vita consacrata è testimonianza diretta e manifesta che
l’Amore invisibile è vivo (tant’è vero
che continua a “chiamare” anche oggi); che non ci si
dà totalmente a una memoria di ieri, sia pure rispettabilissima
e imponente, ma a Qualcuno vivo, presente e operante. E anche esigente.
“La risposta del consacrato - aggiunge Palumbieri - si comprende
solo nella logica di una relazione di amore che suppone gli interlocutori
coinvolti, viventi nel loro slancio reciproco. Sotto questo aspetto,
è possibile scegliere Lui come l’unico necessario e
l’unico sufficiente; Lui il Bene, il sommo Bene, Bellezza
nella morte e nella risurrezione” (VC 24).
Se i consacrati faranno questo, daranno alla propria vita un significato
di testimonianza e di segno: testimonianza a Cristo, testimonianza
ecclesiale e testimonianza fraterna; segno del gratuito (la vita
consacrata è una vocazione a essere, non ad avere o a fare,
e l’essere è un dono gratuito); del relativo (i valori
terrestri sono transeunti e contingenti e si pongono come mediazioni);
dell’ecologico (la mistificazione dei non valori turba l’equilibrio
della città terrestre che può essere corretto con
elementi di depurazione, attingendo alla tradizione e ascoltando
i segni dei tempi); dell’escatologico (la testimonianza della
vita consacrata si pone nella prospettiva del divenire). L’uomo
non ha qui una stabile dimora, ma è alla ricerca di quella
futura (Eb 13,14).
Il divenire non è il provvisorio assoluto, ma l’itinerario
inarrestabile della conversione; è passare accanto e attraverso
le realtà contemporanee, cercando di risvegliarne il dinamismo
costruttivo.
L’idea ha un suo “richiamo architettonico” nel
chiostro conventuale con la fuga delle colonne che gli camminano
attorno con il passo dei secoli: infinito e libero cammino, simbolo
di quello dei consacrati che, guidati dalle regole (le colonne),
costruiscono il regno di Dio nella storia per raggiungerlo nell’eschaton.
Ad alcune condizioni, ovviamente: che si evitino mimetizzazioni
e rinunce alla propria identità (che sarebbero un tradimento
contro se stessi e un inganno ai fratelli); che si rispettino i
valori e le fisionomie; che si condividano gioie, speranze e angosce
degli uomini di oggi, soprattutto dei poveri (GS 1).
Egidio Picucci
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