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GIORNALISMO IN AFRICA
Cenerentola in vari settori della
vita socio-culurale, l’Africa lo é anche per quello
che si riferisce al giornalismo, come é risaputo da anni
e come è stato confermato durante il Congresso Internazionale
che si é tenuto nell’ottobre scorso a Valencia sul
tema “Etica e Diritto dell’informazione”.
I partecipanti, europei, latino-americani più una piccola
rappresentanza africana, hanno parlato della crisi dei valori nella
stampa mondiale, dell’etica professionale e dei rischi che
corrono i “servi” della carta stampata soprattutto in
Africa, dove il giornalismo si dibatte in varie difficoltà
che ne impediscono l’espressione libera, moderna e oggettiva.
Ridotta a queste condizioni, essa non può svolgere un servizio
pubblico all’altezza dei tempi, per cui la sua incidenza e
il suo contributo sono estremamente limitati. A dieci anni di distanza
dalla Dichiarazione di Windhoek (1991), in cui si è ribadito
il diritto a una stampa indipendente, libera e pluralista, il giornalismo
africano non può beneficiare dei mezzi moderni di informazione
(vedi intenet), né può scrollarsi di dosso l’eccessivo
controllo dei vari governi. Una piccola eccezione va fatta per il
Sud Africa, il Bénin e il Mali, che si sono avvicinati molto
allo spirito di Windhoek.
I giornalisti sono spesso vittime di intimidazioni; di violenze
fisiche (torture) e psichiche, quando non sono costretti all’esilio,
alla carcerazione e non poche volte alla stessa eliminazione. I
governi, per giustificare il proprio comportamento, li accusano
di attentati contro l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale,
di disonorare il proprio Paese, di offendere le autorità.
Chiuso dentro questa cerchia di rischi, il giornalista non può
svolgere professionalmente il proprio lavoro e deve scegliere tra
l’asservimento e l’espatrio. Molti di loro, infatti,
lavorano all’estero, come tanti altri professionisti che rientrano
in quella “fuga di cervelli” che sta impoverendo sempre
più il continente.
Dalla Sierra Leone all’Algeria (dove oltre 70 giornalisti
sono stati uccisi dal 1993), dall’Angola allo Zimbabwe, dalla
Repubblica Democratica del Congo all’Eritrea (dove una recente
disposizione ha cancellato la stampa indipendente), la storia del
giornalismo africano è una sola: bavagli, carcere, uccisioni.
La situazione è stata denunciata più volte in assemblee
internazionali e da parte di varie associazioni, che hanno chiesto
provvedimenti contro quei governi che non consentono la libera circolazione
delle notizie, ma non è stato ottenuto nulla. Per alcune
nazioni, come la Guinea Equatoriale e la Tunisia, é stata
chiesta l’estromissione da organismi internazionali; per altre,
come il Burkina Faso, Gibuti, la Mauritania, la Repubblica Democratica
del Congo, il Rwanda, il Togo, le Seychelles, le isole Comores,
l’Egitto, la Guinea Conakry, il Niger, è stata proposta
la sospensione della collaborazione a livello mondiale, ma senza
troppi risultati.
Nel contesto mondiale, perciò, la stampa africana manca di
credibilità e di professionalità, limitata a cronache
senza rilievo, quando invece potrebbe parlare con competenza su
problemi di levatura mondiale.
Soggetta al giornalismo occidentale, l’Africa fa quindi notizia
solo in caso di catastrofi naturali, guerre, lotte tribali e quanto
altro può screditarla di fronte al mondo.
Egidio Picucci
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