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Tra la maggiore foresta tropicale dopo quella amazzonica

LA CHIESA VICINA AGLI INDIGENI INDONESIANI

Situata sull’estremità orientale dell’arcipelago indonesiano, l’Irian Jaya è la terza Provincia della Repubblica dalle 13 mila isole per estensione (422 mila kmq), ma la meno popolata (5 abitanti per kmq), perché occupata da un’intricata foresta tropicale, che è la più vasta del mondo dopo quella amazzonica. Ricca di grandi risorse naturali (rame, oro, argento, nickel, petrolio e legno pregiato), l’Irian è un grande mosaico etnico e linguistico con 250 etnie e altrettante lingue fin da quando un ignoto navigatore spagnolo la scoprì nel 1545 e tre potenze occidentali se la contesero, dividendola in altrettante zone. I Paesi Bassi occuparono l’Ovest; la Germania il Nord Est e l’Inghilterra il Sud Est.
Vicende successive hanno portato l’Irian Jaya all’annessione con l’Indonesia (1969) e alla riassunzione del vecchio nome - Papuasia - ma non all’indipendenza, in nome del Pancasila, i cinque principi su cui si fonda il Paese, e cioè: fede in Dio, umanità giusta e civile, unità della nazione indonesiana, democrazia e giustizia sociale.

La gente, tuttavia, reclamava (e reclama) l’autonomia, sulla spinta di quanto è accaduto a Timor Est, magari con l’appoggio della varie chiese presenti sul proprio territorio. I due milioni di abitanti sono infatti divisi tra protestanti di varie denominazioni (700 mila) e cattolici (300 mila), questi ultimi distribuiti in quattro diocesi e assistiti da un centinaio di sacerdoti, da altrettante suore e da una trentina di fratelli non chierici.
I cattolici arrivarono nell’Irian Jaya agli inizi del 1800, ma una missione vera e propria fu aperta solo nel 1880, dietro l’autorizzazione del governatore della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, anche se il gesuita P. Lecoq Darmenville, in visita alle Molucche, si fermò per qualche tempo a Fafak. Furono tempi difficili, tanto che, secondo la testimonianza d’uno storico, “le tombe dei missionari furono più numerose delle conversioni”.
Il nemico maggiore fu la malaria, “ma i pionieri - ha detto P. Alfonso, un francescano olandese che lavora a Irian Jaya da 50 anni - volevano assolutamente sconfiggere le guerre tribali che dividevano gli indigeni e aprire luoghi di educazione per i giovani. L’entusiasmo li portò a qualche esagerazione, ma si deve a loro se la popolazione, considerata di secondo grado dai coloni provenienti da Giacarta (700 mila), è riuscita a salvaguardare cultura e tradizioni”.

Dopo poco più d’un secolo di presenza missionaria, l’Irian Barat (Papuasia occidentale), divenuta Irian Jaya (l’Ovest Vittorioso), è guidata dal clero locale. Nelle quattro diocesi i sacerdoti stranieri sono solo una trentina. “Ci stiamo incamminando verso una chiesa completamente locale - ha detto Fratel Théo Van Den Brock, direttore del Centro Giustizia e Pace - dopo aver faticosamente lavorato per la promozione degli indigeni. Oltre all’attività missionaria, ci siamo infatti impegnati nell’educazione, nella sanità, nello sviluppo agricolo.
Durante la seconda guerra mondiale e dopo la partenza degli olandesi, solo la Chiesa cattolica è stata presente nell’interno della Provincia. Essa ha riempito un vuoto che tutti fuggivano, assistendo gli indigeni in mille modi. Oggi abbiamo girato pagina e ci dedichiamo prevalentemente al consolidamento della fede. Se avessimo più vocazioni il lavoro sarebbe più facile; tuttavia dobbiamo andare avanti, cercando tra i laici le forze che non troviamo tra il clero.
Dal 1960 è aperta per loro una facoltà di teologia a Jayapura, frequentata da uomini e donne che ci affiancano volentieri nell’apostolato e per i quali abbiamo chiesto facoltà particolari che ancora non ci sono state concesse. Probabilmente verranno.

Nell’attesa, noi abbiamo indigenizzato la liturgia, avvicinandola alla gente con canti e danze prese dalla cultura locale. Lo stesso abbiamo fatto con l’arte, invitando scultori e pittori del posto a ornare i luoghi di culto con opere che si richiamano chiaramente ad espressioni che vengono dall’interno delle varie etnie”.
L’ansia indipendentista ha favorito la collaborazione tra cattolici e protestanti, uniti nel moderare gli animi e nel far sì che la situazione non scantoni in disordini e provocazioni pericolose. Per raggiungere anche le comunità più lontane e lavorare in questo senso, essi hanno costituito due piccole compagnie aeree, la MAF (Mission Aviation Fellowship), protestante, e l’AMA (Associated Mission Aviation), cattolica, che consentono di muoversi da un capo all’altro della foresta.
Altro campo d’impegno delle due comunità riguarda la difesa degli indigeni contro l’eccessiva presenza di migranti arrivati da altre isole e che si sono accaparrati i posti migliori e lo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo, come quelle della zona mineraria di Timika, a danno di chi è vissuto sempre nell’isola.

Inoltre la Chiesa Cattolica ha appoggiato alcune strutture locali, come il Forum per la Riconciliazione; il Gruppo dei Cento; l’Elsham (istituto per la difesa dei diritti dell’uomo), che hanno avviato un lavoro capillare per convincere la gente a dialogare con il governo centrale, senza ricorrere alla violenza.
“La Chiesa - ha aggiunto Fratel Van Den Broek - non deve essere né la padrona né la serva dello Stato, ma la coscienza della storia, perché solo così può cambiare profondamente quello che va contro la dignità dell’uomo”.
Anche se radicata tra una larga maggioranza musulmana, la Chiesa non fa fatica a crescere; anche perché le leggi dello Stato favoriscono la stima e lo sviluppo dell’etica e della spiritualità cristiana. Il suo prestigio è accresciuto dalle attività culturali, mediche e sociali, rispettose verso le varie etnie e culture: il cristianesimo è visto come una religione aperta e moderna.
In sintonia con la cultura del sud-est asiatico; esso è orientato a favorire il dialogo, l’armonia, la contemplazione e lo sforzo di inculturazione del messaggio evangelico. Una minaccia per l’armonioso sviluppo della Chiesa viene dalla secolarizzazione, dal troppo libero propagarsi di certi movimenti spiritualisti e dalle sette; come pure, per reazione, da un pericoloso arroccarsi in forme superate da tempo.

Egidio Picucci

 

 

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