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in Kazakhstan minacciata dall’emigrazione
Fondata da soldati e sacerdoti deportati
LA CHIESA IN KAZAKHSTAN
MINACCIATA DALL’EMIGRAZIONE
Caso forse unico nella storia della
Chiesa, il Vangelo è arrivato nel Kazakhstan per vie che
neppure lo stratega più lungimirante avrebbe potuto immaginare:
attraverso laici e sacerdoti deportati. Pare infatti che la primissima
evangelizzazione fu fatta nel II secolo da prigionieri di guerra
romani, in parte cristiani, dopo una sfortunata battaglia contro
i Persiani. L’ultima, quella decisiva, risalente alla metà
del secolo scorso, si deve ai sacerdoti che dal 1930 in poi, scontata
la pena nel lager, rimasero nel Paese, cominciando a esercitare
una vera e propria “pastorale clandestina”.
Tra le due c’è da ricordare quella fatta dal francescano
fiammingo Guglielmo di Rubruck (1253-1295), il cui viaggio da Costantinopoli
a Karakorum, si svolse sul territorio dell’attuale Kazakhstan.
Il missionario battezzò il principe Sartac, cosa che fu comunicata
a Papa Innocenzo IV, che dispose immediatamente l’organizzazione
di strutture ecclesiastiche nel territorio. Siccome le conversioni
aumentarono, Nicolò III fondò la diocesi di Kipciak,
nel cui territorio i francescani godevano di particolari privilegi,
come l’esenzione dal servizio militare e dal pagamento di
ogni genere di imposte.
Ai tempi di Giovanni da Montecorvino (1247-1328 o 1333) furono chiesti
nuovi missionari, che furono mandati dopo essere stati consacrati
vescovi perché, a loro volta, conferissero l’episcopato
all’eroico apostolo francescano, destinato all’arcidiocesi
di Pechino.
Nonostante tutto questo, tuttavia, si può dire che la storia
della Chiesa cattolica in Kazakhstan comincia nel sec. XX quando,
grazie alle deportazioni del regime russo, intere popolazioni di
tradizione cattolica arrivarono in Asia Centrale.
Da quel tempo fino al 1991, quando mons. Jan Pavel Lenga fu nominato
Amministratore Apostolico e ordinato vescovo, nell’immenso
Paese asiatico con vocazione europea, ricchissimo di risorse, ma
con una povertà da terzo mondo, non c’è stato
nessun altro vescovo cattolico.
Tra i sacerdoti che, dopo il lager sono restati nel Kazakhstan ci
sono nomi noti, come P. Tadeusz Fedorowicz, direttore spirituale
di Karol Woytila, il quale, saputo che un gruppo di suoi parrocchiani
sarebbe stato deportato in Asia Centrale, chiese e ottenne dal proprio
arcivescovo il permesso di condividerne la sorte, partendo come
prigioniero, cosa che gli permise di inventare un’originalissima
pastorale della deportazione.
Altro sacerdote fu P. Wladisaw Bukowinski, che si rifiutò
di tornare in Polonia dopo gli anni passati nella solitudine del
carcere. Aiutato da suor Gertrude, una stupenda ragazza di Karaganda,
si mise al servizio della comunità locale, fondando perfino
un primo nucleo di suore, clandestine, che oggi lavorano in diverse
città dell’ex Unione Sovietica.
Il terzo sacerdote da ricordare è mons. Alexander Chira,
vescovo di rito orientale, ordinato clandestinamente in campo di
concentramento nel 1956 e rimasto a Karaganda con P. Bukowinski,
lavorando all’inizio come aiutante autista dell’autoambulanza,
e poi, in tempi migliori, come cappellano del parroco della zona,
ignaro di avere a che fare con un vescovo.
Egli rivelò la propria identità nel 1980, allorché
fu consacrata la chiesa di S. Giuseppe a Karaganda, costruita dopo
storiche lotte tra il governo e la popolazione cattolica e non cattolica.
E’ commovente ed estremamente significativo che questo vescovo
a cui centinaia di giovani, tra cui molti futuri sacerdoti e perfino
l’attuale vescovo di Novosibirsk, Joseph Werth, debbono la
propria formazione religiosa, sia vissuto per tanti anni come semplice
sacerdote.
La Repubblica del Kazakhstan, che supera di 500 mila kmq i Paesi
della Comunità Europea messi insieme (è composta infatti
da 2.717.300 kmq), esiste dal 1991. Pur essendo a maggioranza islamica,
rispetta tutte le religioni, anche se accetta che gruppi di fondamentalisti
invadano il sud del Paese, che la pubblicistica islamica sia presente
con varie librerie e che si siano costruite oltre mille moschee.
D’altra parte il presidente Nazarbajev, oltre ad aver incrementato
i rapporti con la comunità internazionale, ha fondato l’università
Eurasia, che permette ai giovani kazaki periodi di permanenza in
Germania, Francia Stati Uniti e Russia, in modo da essere pronti
a fare del proprio territorio una terra di passaggio e un ponte
tra le culture eurasiatiche.
Alla forte emigrazione che si è avuta dopo il 1989 (in dieci
anni la gente è diminuita di quasi due milioni), ha contribuito
la particolare durezza del clima, che in inverno fa scendere il
termometro sotto i 40°, un fatto che consente solo colture compatibili
col gelo. Troppo poco per vivere come si vorrebbe, soprattutto dai
giovani.
Com’è noto, il Papa ha visitato recentemente la comunità
cattolica composta da 360 mila persone, più una discreta
presenza di greco-cattolici: una goccia in un mare di otto milioni
di musulmani e poco più di sei milioni di ortodossi. Dopo
la caduta del regime sovietico, si sono infiltrate nel Paese oltre
600 chiese e sètte diverse, malviste dalle autorità
che hanno posto sotto stretto controllo la libertà religiosa:
infatti occorrono permessi per raduni di un certo rilievo e sono
proibite le manifestazioni esterne.
I rapporti ecumenici sono buoni e in alcuni casi arrivano a esemplari
e stimolanti forme di collaborazione.
Oggi la Chiesa conta sulla presenza di una diocesi, guidata da mons.
Jan Pavel Lenga, Amministratore Apostolico del Kazakhstan e di altre
quattro repubbliche dell’Asia Centrale (Uzbekistan, Tagikistan,
Kirghistan e Turkeminstan), e su tre Amministrazioni Apostoliche:
Astana, Almaty e Atirau. Mons. Pavel ha consacrato la Repubblica
a Maria, Regina della pace, nell’omonimo santuario di Oziornoje,
nel nord della nazione, l’unico santuario di tutta l’Asia
Centrale. Secondo quanto si legge nella piccola storia locale, esso
fu costruito da un gruppo di deportati polacchi che stavano morendo
di fame e che furono salvati dal pesce trovato in un lago sorto
improvvisamente nella steppa.
Nella primavera del 1996 il Kazakhstan e l’Asia Centrale sono
stati attraversati dal pellegrinaggio della statua della Madonna
di Fatima, portata in Russia e in Siberia. L’accoglienza fu
ottima , preparata dai sacerdoti che sono a contatto con la gioventù
di varie religioni anche perché insegnano nell’università,
pur dovendosi limitare per ora all’insegnamento di discipline
non strettamente religiose. Nel nord, comunque, è stata aperta
una scuola “cristiana” a conduzione cattolica, per merito
di mons. Lorenz, un ex parroco di Berlino approdato nel Kazakhstan
dopo aver lasciato la parrocchia.
Nella diocesi e in due Amministrazioni Apostoliche c’è
un sufficiente numero di sacerdoti, compresi alcuni Fidei donum
italiani e spagnoli; nella terza ce ne sono soltanto tre. L’avvenire,
tuttavia, lascia sperar bene, perché ci sarà più
clero, come fanno supporre i venti seminaristi che studiano a Karaganda,
a San Pietroburgo e in alcuni istituti polacchi. Essi potranno accompagnare
i loro coetanei nell’approfondimento della fede cattolica,
necessario dopo gli anni in cui la Chiesa ha avuto difficoltà
che hanno sfibrato le famiglie e hanno compromesso l’educazione.
Gli adulti non sempre si rendono conto della grandezza dei sacramenti,
come il matrimonio, che talora celebrano come quando c’era
il regime, e cioè portando fiori sulla tomba dei caduti,
tralasciando completamente la chiesa.
I sacerdoti locali consentiranno anche di passare dall’apostolato
tradizionale a quello di primo annuncio, necessario perché
l’emigrazione sta diradando le file dei cattolici. La Polonia
si è addirittura impegnata a pagare le spese del rimpatrio
ai propri cittadini. “C’è il rischio che in alcune
zone - ha detto don Edoardo Canetta, un Fidei donum italiano - la
Chiesa potrebbe sparire. Ben vengano, quindi, forze locali che rinnovino
l’evangelizzazione, quella nuova di cui tanto si parla”.
Egidio Picucci
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