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Una singolare tribù della Sierra Nevada

NELLA CAPANNA DEI KOGIS
E’ RACCHIUSO L’UNIVERSO

Quando i conquistadores arrivarono sulle Ande colombiane, trovarono una terra fertilissima, che produceva “tutte le specie vegetali che sono sulla terra”, ma coltivate da indigeni d’un livello culturale più basso rispetto agli Atzechi del Messico e agli Incas del Perù. Gente povera, isolata in vallate ad alta quota in cui avevano formato potenti “caciccati”, tra i quali ebbero particolare rilievo quelli dei Tairona, stanziati lungo il versante settentrionale della Sierra Nevada di Santa Marta.
I Tairona erano abili agricoltori, ma vivevano anche di caccia e di pesca. Il primo contatto con i bianchi lo ebbero intorno al 1499, con una spedizione guidata da Ojeda, seguita da altre che li spogliarono di ingenti ricchezze, riducendone molti in schiavitù. La maggioranza si salvò, rifugiandosi oltre i 2000 metri, dov’è rimasta.

Attualmente la Sierra Nevada di S. Marta è abitata dagli arhuacos, divisi in tre gruppi: i kogis, gli ijkas e i sankas. Gli ijkas si sono stabiliti nel settore sud-orientale della Sierra; i sankas (ridotti ormai a circa 500 persone) nella zona orientale del fiume Rancheria; i kogis sul versante nord, a un’altezza che va dai 1000 ai 2.500 metri. Il gruppo più interessante è senz’altro quest’ultimo per la concezione che ha del mondo; l’organizzazione sociale; i riti che ne regolano la vita; il modo di costruire la casa, ecc.
Come gli altri indios, i kogis non vivono nei villaggi, ma in piccole e povere capanne vicine al campo coltivato. Ogni famiglia, perciò, dispone di due o tre case con relativi campicelli in zone climaticamente diverse, confluendo nel villaggio solo per le attività sociali, religiose e amministrative. Quasi sempre vuoto, questo si popola solo al tempo delle cerimonie rituali, che si tengono nell’apposita casa (tempio), e quando uomini e donne si riuniscono in assemblea nelle rispettive residenze. Attorno a queste tre case, immancabili in ogni villaggio, ce ne sono altre più piccole per uso quotidiano con una sola porta, senza finestre e con un focolare al centro.

La costruzione delle tre case principali è riservata agli uomini, mentre a quella delle altre collaborano anche le donne che portano paglia e pali, e pestano il fango per la muratura. Lo stile della casa è unico: cilindrico nella parte inferiore e conico nel tetto. Quello della casa rituale, invece, varia secondo i luoghi, i riti e il clima. Grande da poter contenere anche 200 uomini, che vi si riuniscono per discutere problemi di carattere religioso, economico, sociale, amministrativo e penale, essa è interdetta alle donne e ai bambini.
Le costruzioni rispondono a canoni antichi e carichi di simbolismo. Il diametro della larghezza, per esempio, deve corrispondere esattamente all’altezza, particolare che crea una simmetria e un simbolismo cosmico sorprendente in un popolo che apparentemente sembra lontano da ogni formazione culturale. La forma circolare richiama la configurazione della terra e i nove mondi nei quali, secondo la concezione kogi, è racchiuso l’universo: quattro mondi in alto, quattro nel sottosuolo e uno in mezzo, nel quale si trovano gli uomini.

I quattro mondi celesti (regno del sole e della luce, in contrapposizione al mondo inferiore, regno delle tenebre e dell’oscurità), sono simboleggiati nei quattro piani in cui è diviso il soffitto, mentre sul pianterreno sono evidenziati quattro punti attorno a cui si riuniscono i distinti gruppi della comunità e che rappresentano il sostegno del mondo. Essi sono localizzati sul luogo esatto in cui si posa la luce solare durante il solstizio delle quattro stagioni. Su questi punti si trovano anche quattro focolari attorno ai quali si svolge la vita notturna della comunità maschile riunita in conversazione. Le porte di entrata e di uscita sono poste sempre a Est e Ovest.
Altro punto importante e carico di simbolismo è il culmine del tetto, che può terminare con una corona fatta di bastoncini; a forma di canoa rovesciata; con una o due punte. La corona circoscrive il luogo per cui entra il sole, che illumina progressivamente i vari luoghi della casa. Questo suo lento dislocamento assomiglia al cambio di posizione dell’uomo di fronte al telaio su cui tesse la tela. Il sole, quindi, nella concezione pregalileana che i kogis hanno del mondo, è colui che, girando attorno alla terra, “tesse” la vita dell’uomo.

Il telaio è un rettangolo formato da quattro bastoni, rinforzato da due traverse diagonali che s’incrociano al centro. La tela è bianca, senza decorazioni né variazioni, rettangolare come la terra e gli altri mondi, che sono tutti a forma di telaio. Tutto il pensiero kogi è permeato dal simbolismo del tessere e del filare. “Gli indios - ha scritto Reichel-Dolmatoff - operano sempre su due livelli: quello fantastico e quello della pura realtà”.
Il tetto che termina a forma di barca rovesciata, simboleggia l’organo genitale della donna, della madre, da cui esce la vita: la casa è quindi l’utero dov’è in gestazione la vita dell’uomo, dove egli cresce e si arricchisce spiritualmente, intellettualmente e fisicamente. La stessa cosa significa il culmine a una o a due punte: la vita non viene solo dalla donna (le due punte rappresentano il seno della madre), ma anche dall’uomo. La casa per i kogis non è qualcosa di inanimato, ma è il simbolo della vita e il centro dinamico esistenziale dell’individuo. La casa è la vita, il cosmo.
I nove “mondi” in cui è divisa corrispondono ai nove mesi della gestazione umana; i quattro focolari su cui si posa il sole costituiscono il legame che unisce i kogis ai fondatori della tribù: Sehukukui, Sezankua, Kuncavitabucya e Aldauhuiku che accompagnano e proteggono il destino dell’individuo e del gruppo.

Sulla vita kogi veglia anche il mama, una specie di sommo sacerdote che dà una struttura unitaria alla comunità, di cui rappresenta la tradizione culturale, e che regola tutte le manifestazioni della vita comunitaria e individuale. Alla vita civile presiede il commissario, riconosciuto anche dalle autorità colombiane.
Tra i compiti principali del mama c’è l’ascolto della confessione delle colpe riguardanti la legge e la morale: ad essa si attribuiscono virtù curative contro le malattie o poteri propiziatori per il tempo favorevole e i raccolti.
Particolarmente importante è la “confessione” che gli sposi fanno qualche giorno prima della nascita del figlio, perché da essa dipende il futuro del bambino. Il mama chiede loro se hanno adempiuto tutti i doveri del momento e i vari obblighi religiosi, dopo di che li ammonisce e li invita a fare un’offerta a “Gaul-Ghovang” (Madre della vita) perché il bambino cresca sano, educato e “non parli due lingue” (non dica il falso).
Il mama provvede anche al battesimo (gaulì), un rito che immette il neonato nel ciclo della vita e della morte, unendolo agli antenati, a cui si chiede di proteggere il piccolo. La cerimonia è fatta nella casa del mama e dura da quattro a dieci giorni, durante i quali egli e il padre del piccolo passano il giorno seduti su un’altura e la notte nella casa rituale, chiedendo salute e avvenire sicuro per il bambino, augurandosi che sia un suddito rispettoso, lavoratore e sposo fedele.

Nella cerimonia si dà molta importanza al fatto della fecondità per la sopravvivenza delle future generazioni. Per questo il mama canta interminabili nenie religiose e brucia foglie propiziatrici. I primi due giorni li dedica a scacciare tutto il male che può esserci nel neonato, gli altri per mettere il bene, significando così che il bambino è ricevuto e accettato dalla comunità terrestre e dall’universo. Egli diventa, cioè, una continuazione degli antenati.
Durante il battesimo gli si impongono due nomi, uno segreto, conosciuto solo dal mama e dal padre, e l’altro pubblico per la sua identificazione nella tribù. Simbolo di tutto questo è la pietruzza di cornalina che il mama consegna al padre e che si identifica con il bambino e con il nome. Essa gli conferisce il suo posto nel mondo; è una protezione permanente e inseparabile e lo accompagna nel “paese dei morti”. Il padre conserva la pietruzza e la dà al figlio dopo il rito dell’iniziazione, quando gli verrà consegnato anche il poporo, una piccola zucca disseccata che porterà sempre con sé e che contiene un miscuglio di coca e di polvere di conchiglie che gli indios portano alla bocca con un bastoncino, simbolo della vita in relazione a una donna ideale, spirituale, depositaria della conoscenza, del sapere e dell’energia vitale.

Dal canto suo il padre consegna al mama un borsellino contenente il cordone ombelicale e il primo escremento del bambino che egli seppellisce alla presenza dei genitori sotto alcune pietre del ruscello più vicino. Il luogo rimarrà idealmente unito per tutta al vita al bambino che vi deporrà offerte in caso di disgrazie o di malattie.
La prima parte del rito termina con un canto che il mama intona alla madre universale, per comunicarle che il bambino è stato battezzato. Nel canto si ripete più volte il nome del piccolo perché, in caso di morte, egli possa essere riconosciuto da Gualkuche (padrone dei morti).
La seconda parte inizia con il bagno della madre e del figlio nel ruscello, alla presenza del mama che canta a voce sommessa. Subito dopo vanno tutti casa degli sposi, dove il bambino è deposto per la prima volta tra le braccia del padre. Successivamente egli è posato sulle ginocchia della madre e riceve dal mama un cibo speciale, preparato da sua moglie secondo un rito colmo di incantesimi. Una parte del cibo viene messo in un borsellino che il mama depone vicino alla sua sedia cerimoniale, come offerta alla Madre universale.

Al kogi non interessa quello che il mondo è, ma quello che il mondo simboleggia. Nelle pratiche religiose egli è mosso sempre dalla convinzione che ogni uomo porta con sé la polarità vitale del bene e del male. La sua cultura ha come punto di riferimento la concezione di un mondo immaginario preesistente all’attuale, che ne è solo una copia.
La vita kogi è quindi sotto il segno di una dicotomia manichea: il bene e il male, che sono tesi, antitesi e sintesi della sua filosofia esistenziale. Queste due forze antagoniste, interagenti e complementari, sono contemporaneamente presenti nel pensiero, nella prassi e nell’etica quotidiana.
Perfino il vestito che indossa ha una sua drammatica ambivalenza binomiale. La parte esterna gli ricorda la luce, il calore, il giorno; la parte interna che sta a contatto del corpo rappresenta l’oscurità, le tenebre, la notte.
Nonostante questo alternarsi di luci e di ombre, di bene e di male, i kogis sono un popolo simpatico e accattivante. I suoi modi modesti e riservati, la voce sommessa, l’atteggiamento timido e insicuro, il mondo fantastico e fantasioso in cui vivono, la stessa diffidenza verso il ‘“civilizzato”, li rendono incredibilmente affascinanti insieme alla loro terra, dominata da una sensazione di arcano e piacevole mistero.

Egidio Picucci

 

 

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