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Il ritorno alla Cina avverrà il 20 dicembre

A MACAO LA CHIESA PENSA SOPRATTUTTO
ALLA FORMAZIONE DEI GIOVANI

Il 20 dicembre prossimo Macao, in portoghese “Cidade do Santo Nome de Deus de Macau” , e in cinese Ao-men, Porta della baia, cioè il fazzoletto di terra di fronte a Hong Kong e che da cinque secoli fa da ponte tra Oriente e Occidente, da provincia portoghese d’oltremare, passerà alla Cina col nome di Macao-Cina. Il Portogallo si insediò in questo lembo d’Asia grande quanto la nostra Lampedusa (21 mila Kmq), comprese Taipa e Coloane, le isole collegate alla terraferma da due ponti e tra loro da una sopraelevata, nel 1557, quando era all’apice dell’espansione coloniale. Nel 1974, con la “rivoluzione dei garofani” e l’indipendenza dei possedimenti portoghesi in Africa, Macao ebbe un suo status come territorio speciale sottoposto alla giurisdizione del Portogallo, ma con ampia autonomia amministrativa ed economica.

Nonostante lo sviluppo frenetico degli ultimi anni e una progressiva immigrazione cinese, Macao è avvolta in un’atmosfera tipicamente latina, simile a quella di Goa, altro ex possedimento portoghese asiatico. La storia parla di un accordo fatto tra Cina e Portogallo con cui si concedeva ai portoghesi il monopolio del commercio con il Giappone con transazioni che dovevano avvenire due volte all’anno, durante la famosa fiera di Canton.
La stessa a cui pensava Francesco Saverio come occasione favorevole per metter piede in Cina, se la morte non l’avesse portato con sé la notte tra il 2 il 3 dicembre 1552 nell’isola di Shang Chuang, di fronte a Canton. Cinque anni dopo l’imperatore cinese, grato per essere stato aiutato a ripulire i mari da un temibile pirata, concesse ai portoghesi di insediarsi a Macao, che divenne un grosso avamposto commerciale fino alla famosa guerra dell’oppio (1841), allorché la Cina fu costretta a cedere all’Inghilterra Hong Kong, che oscurò lo splendore di Macao.

Fin dall’inizio la città è stata anche posto avanzato dell’evangelizzazione, non solo della Cina, ma anche di tutto l’estremo oriente, compreso il Giappone. Qui infatti approdavano i missionari europei, studiavano il cinese nel St. Paul’s College e partivano per le varie nazioni asiatiche. I primi a giungervi furono i Gesuiti con i sacerdoti Francesco Perez, Manuel Texeira e il Fratello André Pinto, che vi costruirono una residenza, non avendo potuto costruirla su territorio cinese.
P. Texeira tracciò un piano pastorale impegnativo:”Prendersi cura dei cristiani della città che sta nascendo; bussare alla porta della Cina con santa vita e dottrina; ricevere i missionari del Giappone in viaggio e fornirli delle cose necessarie; favorire i negozianti cristiani giapponesi che vengono a Macao”.

Oggi a Macao i cattolici sono una minoranza: 30 mila su circa mezzo milione di abitanti, distribuiti tra dieci parrocchie e quattro chiese non parrocchiali. I sacerdoti diocesani sono 30, guidati da Mons. Domingos Lam Ka Tseung: i sacerdoti religiosi sono 42; le suore 165. Nel 1998 si sono avuti 362 battesimi. Gli altri abitanti sono in gran parte buddisti, taoisti e confuciani, quasi tutti di origine cinese.
Piccola la comunità protestante, anche se il primo pastore arrivò a Macao all’inizio del secolo scorso e la città può essere considerata la patria dei primi protestanti cinesi e della prima traduzione completa della Bibbia in cinese. Divisa in sètte, la comunità fa capo a 48 chiese, con una media di 50 fedeli ciascuna. Sviluppatasi con la popolazione immigrata, essa sembra più preparata a raggiungere i non cristiani, compresi i “macanesi” - gli indigeni - pochi, ma parte importante della società perché fanno da cerniera tra le varie etnie e perché hanno dato vita a forme artistiche proprie e alla stessa lingua parlata, il patua.

La città comunque appare totalmente cattolica, se non altro per il gran numero di chiese che ab antiquo sono state disseminate tra gli edifici e sulla riva occidentale del Fiume delle Perle. La chiesa locale si interessa in modo particolare dell’educazione, tanto che 30 mila giovani frequentano una delle 75 istituzioni cattoliche, dalla scuola materna agli istituti tecnici, dall’accademia di musica alla scuola per infermieri. Numerosi pure gli universitari dell’ateneo cattolico, patrocinato dal Portogallo e approvato dalla Cina.
Notevole anche il suo impegno assistenziale agli anziani, ai profughi, ai rifugiati, ai ciechi, ai malati in genere e un tempo, attraverso la Caritas, ai cinesi sfuggiti alla rivoluzione culturale e ai boat-people in fuga dalle loro terre. Ultimamente, grazie all’attività del gesuita P. Luis Ruiz, ha iniziato anche una visita periodica ai villaggi poveri del sud della Cina e un’assistenza a un gruppo di lebbrosi abbandonati a se stessi nella Provincia del Guangdong, servizio lodato anche dal governo cinese.
La chiesa non deve ovviamente affrontare le difficoltà di quella che sopravvive in Cina, ma deve fronteggiare il malcostume legato al boom del gioco d’azzardo a cui si dedicano tre quarti degli otto milioni di turisti che arrivano ogni anno a Macao, oggi raggiungibile facilmente in aliscafo da Hong Kong e in aereo da ogni parte del mondo. Il boom interessa anche i residenti, tanto che un abitante su quattro è impiegato nell’industria del gioco che, insieme al benessere sforna usura, prostituzione, omicidi (33 nei primi otto mesi del 1999) e violenze di ogni genere.

Sulle iniziative prese dalla Chiesa grava però un’incognita, la stessa che coinvolge Hong Kong: la Cina manterrà i patti firmati? Il ritorno alla colosso cinese è regolato dalla Dichiarazione congiunta sino-portoghese del 1987 e dalla successiva Legge fondamentale (Ley Básica ), adottata il 31 marzo 1993 e costituita da 145 articoli che delineano il futuro dei prossimi 50 anni di Macao come “regione amministrativa speciale” della Cina e con ampie autonomie, eccetto per la difesa e la politica estera.
In conformità alla costituzione cinese e al principio “una nazione, due sistemi”, alla regione speciale di Macao non saranno imposti il sistema e la politica “socialista” propri della Repubblica Popolare Cinese. Quindi essa dovrebbe godere di libertà di religione, di stampa, di associazione, di riunione, di movimento, di sciopero, di scelta del lavoro, di studio, di sistemi educativi, di lingua da usare nelle scuole (quelle ufficiali sono il cinese e il portoghese), di coscienza, di partecipazione alle attività religiose pubbliche, ecc.
L’augurio generale è che questi principi passino dalla carta alla vita e che i cattolici, secondo quanto ha detto il vescovo Mons. Lam, rafforzino la loro fede, in modo che la Chiesa non venga “ridota a un apparato ideologico dello Stato”.

Egidio Picucci

 

 

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