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paolini a Veria, in Macedonia
RICORDI PAOLINI A VERIA, IN MACEDONIA
“Durante la notte apparve
a Paolo una visione: gli stava davanti un macedone e lo supplicava:
”Passa in Macedonia e aiutaci...”
Di questo viaggio missionario che Paolo fece in Grecia tra il 49
e il 52 restano vari ricordi, due dei quali si trovano a Veria,
una cittadina di impronta balcanica, capoluogo dell’Imathìa
e importante centro agricolo. Paolo vi giunse da Tessalonica, da
dove i Giudei, ingelositi perché aveva portato alla fede
“un buon numero di Greci credenti in Dio e non poche donne
della nobiltà”, l’avevano costretto a partire,
“traendo dalla loro parte alcuni pessimi individui di piazza”.
A Veria (la Berea degli Atti ) l’apostolo trovò “giudei
di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica e che accolsero
la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture
per vedere se le cose stavano davvero così. Molti di loro
credettero e anche alcune donne della nobiltà e non pochi
uomini”.
I “ricordi” del breve soggiorno paolino a Veria sono
legati a una sinagoga (trasformata in museo), costruita nel periodo
bizantino sul luogo in cui si trovava la prima, e a una collina
chiamata Bema (tribuna), su cui un trittico in mosaico ricorda la
predicazione dell’Apostolo, la cui immagine occupa il posto
centrale del trittico. Alla sua destra si vede un angelo che lo
invita a “passare” in Macedonia e sulla sinistra un
gruppetto di sette persone, tra cui un soldato, che ne ascoltano
la predicazione. Paolo indossa un mantello verde sul vestito rosso;
ha un’aureola attorno al capo; stringe nella sinistra un libro
e con la destra indica un punto lontano davanti a sé.
Caratteristico il gruppo di persone alla sua sinistra: sedute sugli
scalini di un edificio che si intravede in lontananza, esse osservano
attentamente una pergamena su cui spicca una sola parola, Tis (chi),
che ricorda il quotidiano esame della Scrittura che gli uditori
facevano “per vedere se le cose” stavano davvero come
Paolo le annunziava. Il mosaico non ha nulla di artistico, ma ridà
bene la sorpresa che dovette suscitare nella gente l’insolita
predicazione e la premura nel documentarsi sul suo contenuto.
Dato che Paolo predicava nelle sinagoghe e nell’agorà,
ai piedi della Bema si apriva certamente una piazza ventilata dagli
alberi e abbellita da una sorgente, come quasi tutte le agorà
del tempo: le piante simboleggiavano le persone importanti che parlavano
al pubblico; l’acqua era vista come la parola che fluisce
dalla bocca degli uomini.
Oggi gli alberi sono pochi e l’acqua è un ricordo lontano,
ma il pensiero che Paolo abbia potuto parlare da questa tribuna
naturale alla brava gente di Veria, nobilita il luogo attorniato
dal cemento e fa sopportare anche la presenza di una vicina moschea,
ricordo della dominazione turca.
Davanti al mosaico ardono in continuazione ceri votivi, come se
fosse una delle tante Proskinitària (luoghi di venerazione,
le nostre edicole) che si incontrano lungo le strade; ma l’interesse
per un luogo legato così strettamente alla storia del cristianesimo
non si limita solo al popolo: il 29 giugno vi si reca processionalmente
l’intera diocesi guidata dal metropolita e vi si cantano i
Vespri, gli unici trasmessi dalla televisione di Stato.
In città, che conta 60 mila abitanti, non ci sono musulmani
(la moschea diventerà un centro culturale), ma sono ugualmente
visibili i segni della loro non lontana e lunghissima dominazione.
Le antiche chiese, per esempio, sono inbisibili, mimetizzate tra
le case e in vicoli strettissimi perché non dovevano avere
nessun segno che ne indicasse la presenza. Per individuarle i cristiani
ricorrevano come sempre ai simboli: una piccola croce sulla serratura,
una sorgente d’acqua a fianco della porta, ecc. Grazie a queste
piccole astuzie, essi sono riusciti a tenerne in piedi 45 tra bizantine
e post bizantine, piccole, raccolte, avvolte nella penombra profumata
di incenso. Fra quelle bizantine c’è, a fianco delle
via principale, la famosissima chiesa di Agios Hristòs, del
sec. XIV, abbellita dagli affreschi di Georgios Kallergis.
Il centro cittadino è custodito con estrema gelosia perché
conserva ancora edifici del tempo bizantino che vengono restaurati
con cura e che attirano l’interesse degli urbanisti e dei
turisti. Veria è a due passi da Vergìna, dov’era
Aigai, antica capitale macedone, con la celebre necropoli reale
e la tomba di Filippo II (382-336 a.C.), padre di Alessandro Magno.
Quindi è il punto d’appoggio più vicino per
quanti si recano a visitarla.
Anche Veria, comunque, ha le sue belle attrattive turistiche, se
non altro perché conserva la maggiore collezione di icone
dopo il Monte Athos; icone di ieri e di oggi, soffuse di grazia
e colorite di eterno.
Egidio Picucci
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