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in marocco, “estremo occidente” dell’islam
LA CHIESA IN MAROCCO,
“ESTREMO OCCIDENTE” DELL’ISLAM
Il Marocco, in arabo Al Mamlaka al
Maghribiya, fa parte del Maghreb, che significa occidente (letteralmente
il luogo del tramonto ); ma gli algerini chiamano il Paese al Maghreb
al Aqsa, che vuol dire l’estremo occidente, dato che occupa
la parte più occidentale del continente africano, diviso
dall’Europa dai 15 Km dello stretto di Gibilterra. Al di là
della sua terra c’è l’oceano e verso sud il deserto,
cioè il nulla. La sua posizione ha favorito una bella fioritura
di leggende e di miti, come quelli le colonne d’Ercole; del
giardino delle Esperidi dai pomi d’oro (forse a causa degli
agrumi che abbondano nella zona); di Atlante, il gigante condannato
da Giove a sostenere la volta celeste; dell’Atlantide, ecc.
Disteso su due mari, il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico,
il Marocco ha 1835 Km di coste; ma il suo cuore è la regione
degli altipiani, detta con termine spagnolo meseta, aperta verso
nord ovest sull’oceano e circondata lungo gli altri lati da
un ampio semicerchio di montagne. Contrariamente agli altri Paesi
del Maghreb, è ricco di corsi d’acqua, anche sotterranei:
uno di essi, il Saura, si inoltra nel deserto algerino per 1200
Km, fornendo l’acqua a una lunga catena di oasi.
Al clima continentale della meseta, dove si trovano foreste di sughero,
cereali e alberi da frutta, e al freddo delle montagne (si dice
scherzosamente che “il Marocco è un paese freddo dove
il sole è caldo”), si contrappone quello arido verso
il deserto, dove si trova a suo agio solo il cammello e dove vivono
alcune tribù nomadi, conosciute col nome di uomini blu per
la strana pigmentazione bluastra che si riscontrava sulla loro pelle
e che i primi esploratori pensavano fosse l’attributo di una
razza speciale. In seguito si scoprì, invece, che era soltanto
dovuta al colore di un camiciotto molto ampio (dorraa) che trasmetteva
il suo pigmento alla pelle.
Famose le sue città imperiali: Fès, la più
antica e sede di una delle più prestigiose università
del mondo islamico; Marrakech, nelle cui vie si mischiano i montanari
dell’Alto Atlante e i nomadi del Sahara; Meknès, detta
la Versailles del Marocco, perché costruita mentre il Re
Sole costruiva la propria reggia a Versailles; infine Rabat, la
capitale, che un tempo si chiamava Ribat el Fath (fortezza della
vittoria).
La popolazione è costituita al 65% da berberi, notissimi
per il loro spirito di indipendenza, che conservano lingua e tradizioni
anteriori alla loro conversione all’islam. Alla caduta dell’impero
romano, che si era esteso nella zona dopo la vittoria sui cartaginesi,
essi scesero dagli altipiani e saccheggiarono città e campagne;
saccheggio proseguito da vandali che venivano dalla penisola iberica.
Gli arabi, la cui lingua è quella ufficiale, giunsero nel
sec. VII, nove secoli prima degli ebrei, che vi arrivarono allorché
gli spagnoli li espulsero insieme ai musulmani, e che sono chiamati
andalusi. La loro comunità è tuttora molto numerosa,
contando oltre 30 mila unità.
Più tardi nacque l’impero degli Almoravidi, le cui
dinastie si susseguirono le une alle altre: prima i Saadi, poi gli
Alawiti, che riuscirono a restare al potere fino al 1912, quando
fu imposto il protettorato francese alla maggior parte del regno
e quello spagnolo alla striscia costiera settentrionale, a una parte
della costa atlantica e all’estremo sud, a ridosso del Sahara.
Il 28 marzo 1956 il Marocco ottenne l’indipendenza. Benché
membro della Lega Araba e del Grande Maghreb, il Paese non ha mai
stretto relazioni con le altre nazioni arabe, mentre ha incrementato
quelle con l’Europa, soprattutto con la Francia, anche se
il popolo è sentimentalmente molto vicino al ceppo arabo-islamico.
Non si conosce molto del cristianesimo nel Marocco prima dell’arrivo
dell’Islam: si sa, comunque, che esso venne probabilmente
dalla Spagna e che si stabilì soprattutto al nord, con varie
diocesi, ma senza grossi legami con le chiese rette da S. Cipriano
e da S. Agostino. Con la comparsa degli arabi, e soprattutto dopo
il sec. XII, i cristiani furono considerati stranieri, anche perché
composti da commercianti e più spesso da soldati fatti prigionieri
in Spagna o in altri paesi cattolici, particolarmente quando le
“scorrerie” erano frequenti e “fruttuose”.
Essi erano assistiti soprattutto dai Francescani. E’ noto
che lo stesso S. Francesco avrebbe voluto recarsi in Marocco dopo
che gli Almoravidi (1212) erano stati sconfitti nelle pianure di
Tolosa dalla coalizione dei re d’Aragona, di Navarra e di
Castiglia. Egli riteneva che la vittoria ottenuta dai cristiani
con le armi non avrebbe avuto nessun valore se non fosse stata seguita
da una pacifica vittoria dello spirito evangelico. Fermato da una
malattia in Spagna, mandò in Marocco cinque Frati che vi
lasciarono la vita il 16 gennaio 1220.
Nel 1225 Onorio III vi inviò Francescani e Domenicani che
lavorarono con impegno, tanto che nel 1234 fu eretta la diocesi
di Marrakech, nella quale si susseguirono vescovi dei due Ordini
fino al 1407. Nel 1908 San Pio X elevò la Prefettura del
Marocco a Vicariato Apostolico, affidandolo a P. Francesco Cervera
Tamarit. Almeno formalmente la missione sopravvisse sino alla metà
del secolo XVI, per poi riprendere nel 1630, quando il Prefetto
Apostolico Juan del Prado la restaurò. Nel 1923 furono eretti
due Vicariati che divennero arcidiocesi di Rabat e di Tangeri, rispettivamente
nel 1955 e 1956.
All’inizio di questo secolo, particolarmente durante il periodo
dei Protettorati, il numero dei cattolici arrivò a 600 mila
unità e fu necessario costruire molte chiese. Dopo l’indipendenza,
però, il numero si è ridotto notevolmente e oggi,
su una popolazione di 28 milioni di abitanti, i cattolici sono circa
27 mila, distribuiti in due diocesi, Rabat e Tangeri, e nella Prefettura
Apostolica del Sahara Occidentale (Laayoune), nella quale, su una
superficie di 250 mila Kmq, ci sono 250 cattolici. Alla loro assistenza
pensano 57 sacerdoti (di cui 17 diocesani); 284 religiose; 15 Fratelli;
7 missionari laici e 49 catechisti. Ovviamente i cattolici sono
tutti stranieri: francesi, spagnoli, italiani, portoghesi e alcuni
studenti di Paesi dell’Africa subsahariana.
In Marocco ci sono anche quattro monasteri di contemplativi: tre
femminili, Carmelitane, Clarisse e Monache della Visitazione, e
uno maschile, i Trappisti dell’Atlas a Fès. Insieme
ai cattolici sono presenti nella nazione fedeli delle chiese evangelica,
anglicana, ortodossa del Patriarcato di Mosca e ortodossa del Patriarcato
di Alessandria.
“L’orizzonte della nostra missione in Marocco - ha detto
Mons. Antonino Peteiro, vescovo di Tangeri - non è tanto
l’implantazione della Chiesa, impossibile per il momento,
ma un servizio al Regno di Dio, Regno la cui natura consiste nella
comunione di tutti gli esseri umani tra di loro e con Dio; Regno
che si realizza progressivamente, a misura che gli uomini imparano
ad amarsi, a perdonarsi e a servirsi a vicenda”.
I cattolici sono impegnati nell’alfabetizzazione con scuole
materne, elementari e professionali (l’analfabetismo interessa
il 65% della popolazione); nello sviluppo con centri di formazione
della donna, biblioteche, pensioni per gli studenti, Centro “La
Source” a Rabat e fondazione “Lerchundi” a Tangeri;
nell’attività assistenziale con la Caritas che gestisce
dispensari, centri di accoglienza per anziani, handicappati e ragazze
madri; nella partecipazione ai progetti di sviluppo; in vari impegni
in istituzioni pubbliche e private. Queste attività consentono
a cristiani e musulmani di conoscersi, di apprezzarsi a vicenda
e di stringere amicizie che resistono al tempo.
Merita un cenno particolare il Centro “La Source”, che
si prefigge di fornire ai cristiani tutto il materiale possibile,
e soprattutto l’esperienza, per incontrare i musulmani come
credenti in Dio, come persone con le loro tradizioni e come prossimo
con cui si condivide determinati ideali.
Molto prezioso anche il servizio reso dal gesuita P. Antonio Pascual
che lavora nell’Alto Atlas e che con tre amici berberi ha
fondato l’Asosiación marroquì de amigos para
el desarrollo (AMAD), un’associazione che, grazie all’aiuto
dell’organizzazione Manos Unidas, tiene aperto un centro in
cui centinaia di poveri possono accedere a una promozione fino a
ieri ritenuta impossibile. Fra i suoi parrocchiani P. Pascual ha
una comunità di tre Suore Francescane Missionarie di Maria
che vivono in una tenda come i nomadi, spostandosi con loro: una
è infermiera, le altre due insegnano e si occupano della
promozione della donna.
Ugualmente prezioso il lavoro della scuola agricola a Dar Driuch,
aperta dalle Figlie della Carità di S. Vincenzo de’
Paoli. Anni fa esse acquistarono un terreno e vi scavarono un pozzo
che ha consentito di farne un campo modello con una scuola, in modo
che i ragazzi del villaggio passano dalla teoria alla pratica con
facilità e praticità. “Anche queste suore -
ha detto ancora Mons. Peteiro - sono certe di prestare un servizio
al Regno di Dio e di vivere il loro carisma senza battezzare, ma
promuovendo lo sviluppo integrale dell’uomo”.
Egidio Picucci
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