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MISSIONE NEL MONDO: PROBLEMI E SFIDE

Fuori dubbio che la missione - espressa nel Nuovo Testamento con i verbi apostéllô e pémpô, che si riferiscono al messaggero autorizzato, apostolo, e alla persona che invia (cf.Gv 20,21) - sia “una realtà ricca, complessa e dinamica” (EN 17), soprattutto oggi, in una società piena di problemi come quella in cui viviamo.
Evangelizzare non significa, infatti, trasmettere nozioni, cosa non eccessivamente difficile, ma annunciare la liberazione portata da Cristo. Mosé ha invitato gli Ebrei a cantare solo dopo averli liberati dall’oppressione degli egiziani. La vera missione si ha, quindi, quando si parte dai bisogni della gente, quando cioè ci si avvicina agli uomini per scoprire i loro problemi, condividerli con essi e aiutarli a dare una risposta efficace.

La Chiesa, come sacramento universale di salvezza, trova di fronte a sé persone in situazioni molto differenti: cattolici da perfezionare, fratelli separati da ricondurre all’unità, non cristiani ai quali portare il primo annuncio evangelico. L’unica missione assume, così, tre aspetti particolari: pastorale, ecumenico e missionario in senso stretto.
La distinzione potrà sembrare troppo empirica e semplicistica; in realtà essa si ricollega alla natura stessa della Chiesa, perché ciascuna delle tre attività mette l’accento sull’una o sull’altra delle sue note caratteristiche.
Il ministero pastorale, portando le anime sempre più nell’intimo della Trinità, mette in risalto la santità della Chiesa: quello ecumenico ne manifesta l’unità; quello missionario la cattolicità. Tutti e tre i compiti derivano dall’apostolicità, cioè dal potere dato da Cristo ai suoi discepoli di cooperare alla sua opera di salvezza.
“E’ necessario che alle tre attività - ha scritto S. Tommaso - siano designati uomini diversi, affinché tutto si compia speditamente e senza confusioni” (II-II, 183,2). Questa specializzazione in vista di compiti specifici è diventata un’esigenza sempre più viva dei nostri tempi in tutti i campi e si è imposta come una assoluta necessità per un rendimento maggiore.

Per questo si parla sempre più di una preparazione adeguata che deve cominciare durante il periodo della formazione iniziale, stimolando i giovani a impostare la propria vita su un autentico stile evangelico fatto di povertà autentica (non solo di parole!); di sincera carità (che vive solo nel sacrificio); di preghiera incessante (che impegna Dio nelle opere di Dio).
Non è facile essere fedeli a queste esigenze, perché si è sempre di fronte al pericolo di imborghesire la vita religiosa. Con la buona intenzione della “modernizzazione”, si mette in secondo ordine l’evangelicità della vita e dell’azione apostolica. Oggi, di un edificio, di una macchina, di un sistema di vita, di un metodo, non si dice più: ”E’ valido, è efficace”; ma “E’ funzionale”; e questo vale a giustificarlo. Ma le cose cambiano?
Non cambiano: solo nella fedeltà al Vangelo ci sono le garanzie di un vero aggiornamento. La vita religiosa non ha altro significato. Sono state fatte revisioni opportune di certe impostazioni legate al passato, ma la sostanza “religiosa” rimane e deve rimanere immutata per tutti i religiosi. Ha contraddistinto la vita di Cristo e deve accompagnare anche quella dei suoi apostoli di tutti i tempi.

Solo così i religiosi potranno raccogliere e rispondere alle sfide del proprio tempo, comprese quelle globali e più impegnative, perché è per la missione che la vita religiosa è nata; è per la missione che i Fondatori hanno dato origine agli Istituti; è per la missione che hanno lavorato i religiosi migliori; è nella missione che tanti di loro si sono santificati.
Le risposte che i religiosi daranno al mondo saranno valide ed efficaci se partiranno dalla comunità; se saranno alimentate dalla santità e se saranno aperte all’ecclesialità.
La comunità è alla base di tutto, perché la missione scaturisce dalla comunione con Dio e, nel suo dispiegarsi storico, crea comunione degli uomini tra di loro.
Questo compito sarà facilitato se sarà inserito nella tensione alla santità. Staccata da questa aspirazione, la vita religiosa decade nella gestione dell’ovvio e dell’umanamente spiegabile. La missione ha i suoi attori più efficaci nei santi che mostrano il volto paterno del Dio invisibile e la forza trasformante dello spirito che dona pace, suscita energie e spinge alla dedizione disinteressata ai fratelli.

Infine, come la vita religiosa nasce nella Chiesa e vive con la Chiesa, così la sua missione è parte della missione che essa ha nel mondo. Da qui la necessità di una comunione affettiva ed effettiva con la Chiesa locale e universale. Localmente i religiosi devono rispondere alle necessità della Chiesa particolare e inserirsi nei suoi piani pastorali, tenendo altresì conto che, in un mondo che si va culturalmente unificando, la Chiesa ha bisogno di servizi specializzati a largo raggio - ecco la Chiesa universale - per cui è necessario cercare nuove frontiere, affrontare con coraggio e preparazione nuove difficoltà, inventare nuove strategie, sottoponendole alla luce dello Spirito e del discernimento.
L’ampiezza e la gravità delle sfide, in Italia come altrove, richiedono la ripresa di una passione missionaria capace di assumere i rischi che vengono dal nuovo. La passione missionaria si estende soprattutto “ad Gentes”, perché non è passato il tempo di uscire, né è terminato il tempo della missione mondiale. I religiosi in missione fuori d’Italia sono stati sempre un arricchimento anche per chi resta: non per nulla i tempi di grande impulso missionario, sono stati anche i tempi di maggiore vitalità della vita religiosa.

Le stesse peculiarità sono necessarie ad interim perché i religiosi possano rispondere alle necessità del mondo di oggi nei tre ambiti che sembrano i più urgenti, e cioè quello della cultura, della questione etica e della solidarietà.
Il mondo della cultura è il campo decisivo per il domani della Chiesa e degli Istituti di Vita Consacrata. Per questo è urgente riprendere il gusto, la stima, l’ascesi dello studio per una più puntuale comprensione dei problemi che si presentano sempre più settorializzati e specializzati. E ciò con la chiara coscienza che il Vangelo può essere (oggi e domani), il sale che dà sapore e la medicina che guarisce anche la nostra proteiforme e incerta cultura.
Si tratta di capire e amare il nostro tempo per potergli dire e dare Cristo Signore, “verità” di ogni sforzo e di ogni aspirazione umana. Questo è un campo prioritario, dato l’enorme influsso della visione puramente intromondana sulla mentalità del nostro popolo.

La sfida alla missione viene oggi, prima di tutto, da questa visione e sentimento del mondo in cui tutto sembra procedere normalmente senza bisogno di un riferimento a Dio e alla Chiesa. Le molte notizie tendono oggi a rendere superflua la “gioiosa notizia” non solo in Italia, ma sotto ogni latitudine. Ciò cade, almeno nella nostra patria, in un momento in cui in cui sono ridotti gli studentati teologici e, di conseguenza, sono diminuiti numericamente i religiosi che si dedicano allo studio, alla ricerca, all’animazione culturale.
Le difficoltà del momento presente non devono però distoglierci dal compito di discernere i “semina verbi”, immancabili anche in questo nuovo mondo; di essere presenti nei centri vitali della società, di impegnarci a leggere la realtà nella sua ambivalenza e potenzialità, di tendere non ad estraniarci dai grandi processi in corso, ma ad inserirvisi per essere guida e indicare le direzioni giuste.
Sia consentito indicare due obiettivi particolarmente rilevanti in questo settore.

Il primo è l’approfondimento delle regioni del credere per “rendere ragione della speranza che é in noi” di fronte a un’agguerrita cultura laica che rimuove la realtà religiosa come irrilevante e, dall’altra, a una serie crescente di domande di incerti e insoddisfatti ricercatori di significato.
Il secondo obiettivo è l’approfondimento di una solida teologia come luogo unificante del cammino spirituale dei religiosi e come sostegno al sempre più richiesto e necessario magistero per i nostri contemporanei.
Il secondo ambito riguarda la questione etica. L’assolutezza dei valori morali è scossa da un preoccupante qualunquismo etico che lascia ampio spazio agli interessi e ai gusti dei singoli. E’ urgente, perciò, richiamare alla coscienza dei nostri contemporanei la necessità di una vita cristiana seria; riaffermare che non è possibile una vita cristiana senza un rigore morale; che il permissivismo corrode l’uomo; che l’uomo e la società si costruiscono attorno a grandi ideali e non all’appagamento di ogni suo istinto.

Tale impegno di riflessione, di annuncio e di educazione va sostenuto da comunità di religiosi che manifestano la gioia e la soddisfazione di essere col Signore e di seguire le sue vie. La prima prova che è possibile e bello seguire la vita cristiana, spesso ardua e stretta, sarà la serenità e la pace dei suoi annunciatori. Non è possibile non fare attenzione oggi a questo aspetto per nulla secondario della nostra presenza “missionaria”, com’è pure necessario riprendere la “paressia”, l’audacia evangelica di presentare la via cristiana alla felicità in tutta la sua esigente bellezza.
L’ultimo ambito riguarda la solidarietà fra gli uomini, che non è solo un obiettivo evangelico, ma anche una evidente e assoluta necessità per la sopravvivenza dell’umanità e del nostro pianeta, come ha ricordato proprio in questi giorni il Santo Padre. Spetta ai religiosi istituire fraternità in cui è possibile formarsi a una mentalità e a uno stile solidale; ove si impara a prendersi a cuore i progetti comuni più che i propri; ove ci si apre ai problemi del mondo; ove ci si allena a lavorare con i laici, con la Chiesa locale, con i movimenti ecclesiali, ecc.

Forse il futuro dei religiosi sta nel diventare più animatori di energie diverse che gestori autosufficienti di iniziative proprie. Per le nostre opere, per la Chiesa, per il mondo, la via del superamento delle attuali difficoltà passa attraverso una più convinta solidarietà e collaborazione. Noi, che siamo chiamati “esperti di comunione”, siamo provocati a essere tra i più attivi ed esperti promotori di fraternità solidale.
I religiosi sono la componente ecclesiale che più d’ogni altra deve tener vivo lo slancio profetico che anima oggi la Chiesa. Superando le tentazioni della paura e del ripiegamento sui problemi interni, è loro compito contribuire a promuovere e a vivere il rinnovamento voluto dalla gerarchia per cercare incessantemente nuove vie al Vangelo secondo l’intelligenza che viene dai carismi degli Istituti e le esigenze del nostro tempo.
E questo con il coraggio e l’umiltà di chi ha alle spalle una storia di dedizione alla causa del Regno e di intelligenti, geniali, innovative risposte alle sfide poste dalle situazioni che cambiano.

Egidio Picucci

 

 

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