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Da 62 anni i Monaci Circestensi presenti in Eritrea

COME CONIUGARE LA REGOLA DI S. BENEDETTO
CON LA TRADIZIONE MONASTICA AFRICANA

Un antico sogno del cardinal Guglielmo Massaja, il cappuccino che intorno alla metà del 1800 riaprì alla Chiesa le porte dell’Etiopia, si è realizzato negli anni ‘30 del secolo scorso. Vista la stima che circondava i monaci copti, egli avrebbe voluto istituire un clero vincolato da una regola (che preparò lui stesso) o addirittura una comunità contemplativa cattolica, cosa che per tante ragioni non gli riuscì.
Il suo desiderio si realizzò nel 1930, allorché il sacerdote eritreo Abba Hailé Mariam Ghebre Amlak, mandato cinque anni prima dai superiori di Keren al Collegio Etiopico di Roma come padre spirituale, vestì l’abito circestense nell’abbazia di Casamari (FR) col nome di don Felice Maria. Studiando e facendo serie ricerche sul monachesimo orientale nelle abbazie di Roma e di Farfa, egli si entusiasmò talmente dell’ideale monastico che chiese alla Sacra Congregazione della Chiesa Orientale di poter diventare monaco di rito etiopico, sostenendo la necessità di un monachesimo cattolico in Eritrea e in Etiopia.

Grazie alla mediazione del cardinale Alessio E. Lépicier, già Visitatore Apostolico in Eritrea e in quel tempo Prefetto della Sacra Congregazione dei Religiosi, e di S. E. Mons. Kidanil Mariam Kassa, vescovo dell’Eritrea e dell’Etiopia, uno dei primi vescovi africani, unite all’insistente pressione del clero eritreo, e soprattutto alla benedizione di Pio XI che, oltre ad essere Sommo Pontefice, era anche Prefetto della Sacra Congregazione della Chiesa Orientale, Abba Hailé vestì l’abito circestense il 7 dicembre 1930, emettendo i voti solenni in articulo mortis nel 1934. Morì infatti l’8 giugno di quell’anno e nel 1992 gli fu riconosciuto il titolo di “Venerabile”.
Il suo esempio fu seguito da altri, tanto che nel 1940 fu possibile aprire il primo monastero a Belesa (Asmara), successivamente trasferito al quartiere “Villaggio Paradiso”, alla periferia del capoluogo, da dove i monaci furono espulsi nel 1982. Da Asmara la Congregazione si estese a Decamere, (dove ebbe inizialmente ebbe una concessione che divenne poi casa) e a Keren, passando poi in Etiopia, e precisamente a Mendida, Sciola, Hosanna e Gondar.

Mentre tutte le case erano annesse al monastero di S. Maria Assunta di Asmara, le quattro situate in Etiopia nel 2000 passarono alla dipendenza dell’abbazia di Casamari.
Fedeli all’ora et labora benedettino, fin dall’inizio i monaci aprirono ad Asmara la scuola elementare “Beato Giustino De Jacobis”, incentivarono le coltivazioni ortofrutticole e visitavano periodicamente i malati. A Decamere è rimasto famoso don Matteo Hagos per l’incremento dato all’agricoltura della zona.
Nel 1948 il priore don Schimperna, un vulcano di attività e di iniziative, trasferì il monastero di Belesa in Asmara, aprendovi un seminario, la scuola elementare S. Bernardo per ragazzi e una serale per adulti. Fondò perfino a una squadra di calcio.
Le vocazioni aumentarono lentamente, ma costantemente, ma fino a quando non furono aperti il noviziato e i corsi di filosofia e teologia, i candidati (97) completarono la preparazione a Casamari.

Fra le attività principali dei Circestensi di Asmara va segnalata la stampa del periodico Berham (luce) che negli anni ‘60 del secolo scorso era l’unico mensile cattolico in tigrino, molto apprezzato in Eritrea e in Etiopia. Notevole successo ha tuttora la stampa di calendari di grande e piccolo formato, richiesti da tutte le categorie di persone, di libri di preghiera, di meditazione, di liturgia, ecc. molto ricercati dalla popolazione.
Uno monaco del monastero, Abba Teklezghi Bernardo Uqbaghiorghis, ha partecipato alla traduzione comparata della Bibbia, curata dalla Bible Society of Eritrea in collaborazione con studiosi ortodossi, cattolici ed evangelici. Nel 1991 è stato pubblicata la traduzione del Vecchio Testamento; nel 2000 quella del Nuovo.
Ai monaci si deve anche l’apertura nei locali dell’abbazia dell’Istituto Teologico-Filosofico “Abuna Selama Kessatieherhan” (1963), prima gestito da loro soli, poi in collaborazione con i Padri Lazzaristi e frequentato dai seminaristi diocesani e dagli studenti dei Cappuccini e dei Comboniani. Ora l’Istituto, affiliato alla Pontificia Università Urbaniana di Roma e patrocinato dall’Eparca e dalla Conferenza dei Superiori Maggiori dei Religiosi, è stato trasferito nel seminario diocesano.

Al monastero è annessa la parrocchia di S. Maria Assunta, molto attiva per la molteplicità delle iniziative portate avanti, la serietà della catechesi, la formazione impartita ai laici, l’organizzazione di ritiri e di periodiche veglie di preghiera. Il tutto è ovviamente accompagnato dal tradizionale canto della liturgia delle ore in lingua gheez, a una parte del quale partecipano anche i laici.
Fino a quando non sono stati espropriati del terreno, i monaci hanno coltivato cereali, hanno curato l’allevamento del bestiame e l’apicoltura. Oggi si interessano solo del rimboschimento e degli animali da cortile.
Notevole anche l’attività dei monaci a Keren, dove arrivarono nel 1960 per interessarsi del santuario della Madonna del baobab (Dema), o di Dearit, posto a nord della città, in cui è vivo il ricordo di don Matteo, monaco esemplare e tecnico altamente specializzato.
A Dearit essi hanno ora due case, una in città e l’altra al santuario, dove assistono i circa 40 mila pellegrini che ogni anno vi arrivano, tenendo viva una tradizione che considera la Madonna regina del Paese.

Egidio Picucci

 

 

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