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La Chiesa in Mongolia

PRIMI PASSI DELLA CHIESA IN UN PAESE
COMPLETAMENTE BUDDISTA

Compressa a cuscinetto tra Russia e Cina e legata al mondo solo dalla Transiberiana, la Mongolia è quattro volte più grande della Francia (1.566.500 Kmq), ma non arriva a due milioni e mezzo di abitanti, soprattutto perché un terzo del suo territorio è occupato dal vastissimo deserto del Gobi. Il resto è un vasto altipiano ondulato di vento e di colline spezzate da picchi improvvisi che si smorzano in vallate d’un verde così tenero che sembra dipinto.
La capitale Ulan-Bator (che significa la potenza del potere rosso ) è ovviamente la città più popolata (627 mila abitanti), seguita da Darkan, che si trova 200 Km più a nord, ma accomunata al capoluogo da una temperatura che va dai 25/35 gradi sotto zero in inverno, ai 30° durante luglio e agosto, mesi che coincidono con il periodo delle piogge, durante il quale si ferma il nomadismo di chi sposta periodicamente da un capo all’altro del Paese la yurta (tenda) fatta di feltro pesante e decorata con segni propiziatori.

Su queste altitudini nel 1162 nacque un certo Temudjin, che divenne poi il famoso Gengis Khan (sovrano universale), fondatore di un impero di corta durata. Passata alternativamente alle dipendenze delle due nazioni confinanti, la Mongolia fece i primi passi verso l’indipendenza nel 1990, avviando riforme progressive che non hanno tuttavia migliorato molto la disastrosa situazione economica ereditata dal passato. Molte famiglie, discendenti dal popolo nomade guidato da Attila, sono senza casa e si nutrono quasi esclusivamente di kumys (latte fermentato di cavalla), cibo che spesso manca purtroppo ai numerosissimi “bambini di strada”.
L’economia nazionale dipende dagli allevamenti di montoni, capre, cavalli e cammelli. La più importante è quella dei montoni, che da sola costituisce i due terzi di tutti gli allevamenti. Il clima non favorisce l’agricoltura, limitata al frumento e alle patate, e condizionata dall’area coltivabile, che costituisce l’1% della superficie totale. Abbondante è la produzione del rabarbaro, uno dei migliori del mondo.

Con l’indipendenza c’è stato un forte risveglio religioso, tanto che a Ulan- Bator si contano 33 gruppi di varie confessioni. Fra templi e pagode, ci sono 15 chiese cristiane (fra le quali una ortodossa russa, l’ultima in ordine di tempo), 16 monasteri buddisti (nel passato ce n’erano stati 800 con centomila monaci), una moschea e un gruppo Bahai. Non per nulla la città si chiamava un tempo Urga o Da-Hurar (grande monastero).
La prima missione europea in Mongolia si deve a Papa Innocenzo IV, che vi inviò il francescano Fra Giovanni da Pian del Carpine, arrivato il 24 agosto del 1245, in tempo per assistere all’insediamento dell’imperatore Gran Khan Guyuk. I primi cristiani vi arrivarono, invece, fra il settimo e l’ottavo secolo: si trattò di nestoriani provenienti dalla Persia, come ricorda una stele ritrovata nell’interno del Paese e conosciuta come il “monumento nestoriano”. Nel sec. XIII i Francescani che penetrarono in Cina non riuscirono a entrare in Mongolia, dove la popolazione si stava convertendo in massa al buddismo lamaista. Negli anni venti di questo secolo giunsero alcuni pastori svedesi e norvegesi: i primi furono espulsi, gli altri passarono quasi inosservati.

I cattolici arrivarono nell’interno verso la fine del secolo scorso con i religiosi della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Missionari di Scheut), uno dei quali, P Mostaert, si fermò a Boro-Balgason, dove approfondì lo studio della lingua e della letteratura mongola. Nel 1922 Propaganda Fide chiese agli stessi religiosi di interessarsi della Mongolia esterna, ma essi non riuscirono neppure a entrarvi a causa degli sviluppi politici seguiti all’occupazione della capitale da parte dell’esercito russo.
Nel giugno del ‘91 il nuovo governo mongolo inviò una missione alla Santa Sede per esaminare la possibilità di stabilire relazioni diplomatiche e per chiedere l’invio di missionari. Si ottennero ambedue le cose: la Nunziatura fu affidata a Mons. Giovanni Bulaitis, Nunzio in Corea, e i religiosi belgi di Scheut inviarono tre missionari: P. Wens Padilla, P. Robert Goessens e P. Gilbert Sales.
Essi arrivarono nella capitale alla vigilia del Naadam (giochi), la festa nazionale durante la quale si tengono tre giochi “virili” (Mong-hol vuol dire i valorosi ), e cioè la lotta, la corsa dei cavalli e il tiro con l’arco, con la partecipazione di migliaia di spettatori provenienti da tutta la nazione, indossando coloratissimi deel, il costume nazionale dalle larghissime maniche.

Oggi in Mongolia c’è una Missio “Sui Iuris”, affidata a P. Wens Padilla e dipendente dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli; con lui collaborano 19 missionari di quattro congregazioni: sette CICM, quattro Suore di Chartres, tre Suore Missionarie del Cuore Immacolato di Maria (ICM), quattro Missionarie della Carità e un sacerdote diocesano coreano.
Oltre all’assistenza di un centinaio di cattolici e alla formazione di una sessantina di catecumeni, essi dirigono un istituto per i ragazzi di strada, si interessano dei carcerati, organizzano corsi di formazione biblica e di lingua inglese; stanno avviando un centro per la formazione tecnico-professionale e sono in attesa di aprire una cappellania nelle carceri e nell’ospedale.

I missionari lavorano con prudenza, cercando innanzitutto di imparare bene la lingua e di approfondire la cultura e la storia del Paese. La chiesa è giovanissima ed è normale che debba affrontare non solo le difficoltà legate al “primo annuncio”, ma anche quelle ordinarie delle altre missioni, come i rapporti con gente quasi tutta buddista; il dialogo con varie denominazioni cristiane; il clima aspro che a volte paralizza ogni attività parrocchiale; vari casi di povertà estrema che talora sfociano nella criminalità; l’incertezza sul permesso di soggiorno prolungato; la corruzione; la disintegrazione della famiglia; le strutture burocratiche rigide e antiquate, ecc.
Per ovviare alle maggiori difficoltà, i religiosi si stanno impegnando a fondo nella formazione di un gruppo di giovani che li aiuterà a portare il peso della missione, ma soprattutto a “entrare” con più competenza nella cultura e nella mentalità di un popolo che, non avendo nessun genere di scritti religiosi, almeno per ora può essere conosciuto solo da chi ne fa parte.

Egidio Picucci

 

 

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