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vocazione che esige prontezza di morire
UNA VOCAZIONE CHE ESIGE PRONTEZZA
DI MORIRE
I tre racconti di martirio
riferiti dal Nuovo Testamento, la decapitazione di Giovanni Battista,
la lapidazione di Stefano e la crocifissione di Gesù, sono
in profonda relazione fra loro. Il primo é la prefigurazione
del martirio di Cristo; il secondo ne é l’ombra che
si proietta sul mondo, cioè la continuazione; il terzo, quello
di Gesù, che si trova al centro, é la spiegazione
dell’uno e dell’altro. Il martirio é testimonianza
e giudizio. “Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza
alla verità”.
Testimone è il discepolo che accetta di schierarsi fino in
fondo e con tutto se stesso dalla parte di Cristo, venendo coinvolto
con lui nella stessa accusa e nella stessa condanna. In questo modo
il martirio (cruento o incruento che sia) diventa la prova inconfutabile
che la Chiesa ripete al mondo le parole e l’insegnamento del
Crocifisso e che conferma il compimento della sua profezia:”Se
hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”.
E’ quanto ha ripetuto qualche mese fa un catechista africano
ai suoi carcerieri poco prima di essere ucciso. Arrestato perché
ritenuto un “sobillatore” per il prestigio che riscuoteva
fra la gente, ha chiesto di poter avere una Bibbia che però,
essendo legato mani e piedi, non poteva sfogliare. Egli ha pregato
allora un compagno di prigionia, musulmano, di fargli quel favore,
“perché - ha detto - solo nutrendomi della Parola di
Dio potrò resistere”. E ai soldati che avevano imbracciato
il fucile per ucciderlo ha dichiarato:”Sapevo di questa fine
fin dal momento in cui ricevetti il battesimo. Fate pure. Mi auguro
di avervi con me un giorno nel “villaggio di Dio”. Arrivederci”.
La missione della Chiesa nel mondo é pubblica, perché
le verità che essa proclama oltrepassano la sfera privata
e interessano le coscienze di tutti. Se ella restasse all’ombra
del campanile, difficilmente incontrerebbe il martirio; ma in questo
caso non sarebbe più Chiesa mandata ad annunciare un Regno
“che non é di questo mondo” e che, quindi, ha
un’altra origine e un’altra logica.
Per questo l’espansione del Vangelo ha bisogno del sangue
dei martiri. La Parola di Dio é messaggio scomodo che contesta,
contraddice e indispettisce chi vorrebbe dominare gli altri, sfruttarli,
piegarli alle proprie voglie, inserirsi nelle sue scelte. Era previsto.
“Tendiamo insidie al giusto, perché ci é di
imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni...é diventato
per noi una condanna dei nostri sentimenti, ci é insopportabile
al solo vederlo”. E’ scritto nel Libro della Sapienza
e si legge proprio nella settimana santa.
Chi é fedele alla Parola necessariamente viene in contrasto
con il mondo del male, soprattutto con il mondo organizzato del
male. La diversità della vita del cristiano inquieta e scatena
una reazione di odio e di violenza, perché essa lo fa appartenere
a una sfera che sfugge alla logica degli “altri”; perché
dà fastidio incontrare chi obbedisce alla verità e
non si piega ai voleri di chi “conta”. Neppure (è
storia di questi giorni avvenuta in Africa) se gli vengono conficcati
chiodi da carpentiere sulla testa come una corona di spine.
I Vangeli dicono che Gesù è andato incontro alla morte
libero e cosciente di quanto gli stava per accadere. Non é
sempre così per quanti sono chiamati a dare testimonianza
con la propria vita. E non é neppure necessario che lo sia.
Per molti martiri la morte è sopraggiunta e sopraggiunge
come il ladro di cui parla il Vangelo.
Il cardinale Emile Biayenda, arcivescovo di Brazzaville, il 22 marzo
1977 lasciò l’episcopio a bordo di una land rover con
la convinzione di doversi recare a parlare con i responsabili del
comitato militare da pochi giorni al potere. Fu ucciso prima ancora
che la macchina inserisse “la terza”. Questo non toglie
che una morte simile non sia stata libera, perché essa è
stata ugualmente espressione ultima di una “scelta libera
di vita.” La libertà di morire é racchiusa infatti
in una libertà precedente: quella di aver scelto un modo
di vivere diverso, pericoloso e coerente, scoperto da ogni sicurezza
umana e lontano dagli appagamenti facili, inconciliabili con una
sequela responsabile di Cristo.
Ogni vocazione missionaria, del resto, é prontezza a morire.
La gente semplice lo sa, e arriva a conoscere anche notizie che
i mass media vogliono ignorare per mettere in evidenza soltanto
gli aspetti negativi di quello che succede in determinati Paesi.
Per essi non hanno fatto notizia, infatti, le trenta giovani che
in Rwanda sono andate incontro al martirio cantando; il catechista
che ha chiesto di poter terminare la lettura della Passione prima
di cadere nella fossa che gli era stata fatta scavare con le proprie
mani; la donna massacrata per aver raccolto i bambini abbandonati
di un’etnia diversa dalla sua; la madre di famiglia che, persi
marito e figli, è stata tagliata a pezzi mentre continuava
a cantare i salmi appena interrotti nella chiesa delle suore. L’umile
gente ha conosciuto questi e altri mille fatti e li ha capiti, con
molti vantaggi per la propria fede.
Il martirio cristiano non può essere compreso, infatti, che
nella prospettiva della croce. Padre William Nyadru l’aveva
percepito così bene che volle essere fucilato con le braccia
aperte come quelle del Crocifisso, sperando che gli uccisori capissero
per chi e per che cosa moriva. Forse lo intuirono, ma lo uccisero
ugualmente, perché il martirio non può finire: se
finisse vorrebbe dire che si é spenta nei seguaci di Cristo
l’ansia di una radicalità capace di cambiare tutto
quello che va cambiato. Che è sempre molto e che soltanto
la vita donata di questi seminatori di speranza può rinnovare,
in virtù di quello spirito che crea la singolarità
cristiana del martirio, facendone però la testimonianza di
una comunità che crede e non il gesto solitario di un eroe.
C’è qualcosa di più. Se aumentano i martiri,
vuol dire che sono maturi i tempi per una nuova redenzione che i
fatti non farebbero ritenere imminente, ma a cui il loro sangue
“raddrizza i sentieri e colma le valli” perché
sta arrivando davvero.
Egidio Picucci
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