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di Lima
Lo chiamavano “el doble”
del Papa
SCOMPARSO UN GRANDE APOSTOLO
DELLE “BARRIADAS” DI LIMA
Lo chiamavano “el Papa de Chorillos”
per la straordinaria somiglianza con Giovanni Paolo II: stessi occhi,
stessi capelli vòlti al biondo, stessi delicati lineamenti
del viso, stesso sorriso che, solo a vederlo, fa diventare più
religiosi e più buoni. Quando il Papa si recò per
la prima volta in Perù (......) alcuni giornali pubblicarono
la sua foto accanto a quella del Pontefice, facendo rimarcare come
egli fosse davvero “el doble del Papa”. “Un fatto
- confessava lui stesso - che mi permetterebbe di raccontare decine
e decine di episodi curiosi e gustosi”.
Parliamo del cappuccino P. Bruno Traverso da Genova- Sampierdarena,
stroncato da un infarto nel maggio scorso sulla strada, mentre rincasava
dalla visita a un malato della parrocchia S. Maria degli Angeli
a Chorillos (Lima), dove lavorava da cinquant’anni. Probabilmente
era la morte che desiderava: dotato di uno straordinario “don
de gentes” (intraducibile espressione spagnola che indica
una signorile e adulta gentilezza nel rapportarsi con tutti), P.
Bruno fece del suo sacerdozio un dono di grazia, di carità
viva e di consolante dolcezza.
Arrivato in Perù nel 1950 con “lacerazione e gioia”,
scrisse riferendosi alla mamma rimasta sola e all’ideale missionario
raggiunto, si impegnò seriamente nella catechesi ai piccoli
e ai grandi, dando fondamenta più solide alla religiosità
popolare della gente. Catechesi semplice, ma efficace, facilitata
da esempi e da semplificazioni che aiutavano a capire anche le verità
più difficili. Un italiano di passaggio a Chorillos la definì
“un capolavoro di oratoria popolare”. Sapendo inoltre
quanto la musica entri nella vita dei latino-americani, pensò
che dovesse servirsene per la liturgia: per questo preparò
una corale di 60 elementi, ritenuta la migliore di tutto il Paese.
Nel 1962 fu trasferito ad Arequipa, la ciudad blanca vegliata dalla
maestosa imponenza del vulcano Misti (6000 metri), dove alla catechesi
unì un’intensa attività sociale per i poveri,
numerosissimi in una città di quasi un milione di abitanti.
Costruita la chiesa nel capoluogo su un originalissimo disegno (tre
cappucci incastrati uno nell’altro), che ne fa un’opera
d’arte, e un’altra ugualmente bella a Tahuaicani, aprì
un ambulatorio medico-dentale e diede vita ad altre iniziative,
nuove e preziose per gli indios che vivono di aria montana (la città
è a 2325 metri s/m) e di acqua pura.
Le stesse realizzazioni mise in piedi a Chama, dove costruì
la chiesa di Cristo Salvador, affiancata dalle tradizionali attività
caritative, compresa una banca che fornisce danaro a tasso pressoché
nullo ai poveri del sobborgo limegno. La gente ringraziava Dio per
quei benefici ritenuti a lungo sogni irrealizzabili, ma nello stesso
tempo si chiedeva dove quel sorridente cappuccino trovasse energie
e mezzi per venire incontro alle necessità delle barriadas
che si popolavano di miseria e di rifugiati scesi dalla puna andina,
un’immensità erbosa e cristallina a oltre 4000 metri,
terra del silenzio, della monotonia, della tristezza.
Se lo chiedevano anche i confratelli, ammirati del suo lucente fervore
di sacerdote e della sua francescana compassione per i diseredati,
a cui donava opere grandi (grandi, non ingrandite) a conforto della
loro povertà. Come si meravigliavano della cultura peruana
che gli permetteva di parlare della favolosa civiltà inca,
delle leggende, della vita quotidiana di un popolo laborioso che
cesellava splendidi gioielli, tesseva finissimi tessuti ornati di
piume colorate, riduceva l’oro a lamine quasi trasparenti
e innalzava fortezze di perfezione mai vista.
Tornato a Chorillos, anticamente villaggio di pescatori incas, agli
inizi del ‘900 sogno estivo dei ricchi della capitale e nel
1948 culla della “missione” dei Cappuccini genovesi,
P. Bruno lavorò per la costruzione di una maternità,
un complesso impensabile nella solitudine del barrio, inaugurato
dal Presidente della Repubblica.
Era il 1982, settimo centenario della nascita di S. Francesco. Ci
fu chi lanciò l’idea di un monumento al Santo, i cui
figli hanno evangelizzato l’intero continente latino-americano.
P. Bruno fece notare la stonatura di un’opera tanto grandiosa
per il “Poverello”, e per di più fra le capanne
in adobe (fango e di paglia impastati insieme) di 250 mila poveri,
e propose la costruzione della clinica in cui nascono oltre mille
bambini all’anno.
Più tardi inventò i comedores (refettori) per i bambini
e las ollas comunes, grosse pentole dalle quali tutti possono prendere
il cibo che vogliono. La gente scoprì allora “un uomo
fatto carità”, sempre in giro fra le capanne ottenute
con stuoie arrotolate attorno a quattro pali, senz’acqua,
senza luce (e spesso senza tetto, perché a Lima non piove
mai), interessandosi di tutto e sorridendo a tutti, anche se aveva
l’anima angosciata. “Com’è possibile vivere
in questo modo?”, si chiedeva, indignato contro chi specula
su tuguri del genere, vendendoli a cinquemila dollari l’uno!
Abituato a non perdere tempo, salì le scale di chi “può”
e nel giro di pochi mesi costruì 70 casette per i più
poveri, chiamate cariñosamente “Casette Giubileo 2000”,
dotate dell’indispensabile per una vita dignitosa. Fu l’ultima
fatica che lo preparò alla morte, andatagli incontro sulla
soglia di un’anonima capanna in cui aveva confortato un moribondo
con l’Eucaristia.
Il funerale - durato dalle 9 alle 15 - è stato un’apoteosi
con la partecipazione di oltre tremila persone che hanno fatto cadere
sul feretro una pioggia di fiori. Sulla facciata della chiesa un
poster diceva:”Papà Bruno, Cristo è in te e
tu in noi: grazie per il tuo amore”.
Tra le testimonianze rese in pubblico, interessante quella di un
suo collaboratore laico: ”Padre Bruno sapeva tirar fuori l’allegria
anche dalle situazioni più angoscianti”. Fra i rimpianti,
significativi quelli di una madre di famiglia che ha gridato: ”Padre
Bruno, non te ne andare”, e quello di una quattordicenne che,
quasi rispondendo alla donna e ai presenti, ha detto:”Padre
Bruno non morirà mai, perché è vivo nel cuore
di tutti noi”.
Egidio Picucci
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