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dalla scuola materna la nuova evangelizzazione di Capo Verde
PARTE DALLA SCUOLA MATERNA
LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE DI CAPO VERDE
Li chiamano jardims - giardini -
perché accolgono i “piccoli Gesù in fiore”,
come S. Ambrogio definiva i bambini, e si trovano in tutte le parrocchie
dell’arcipelago capoverdiano. Molti vi trovano la famiglia
che non hanno; il piatto di minestra che manca; una carezza che
altrove non esiste.
Una delle carenze più vistose e più preoccupanti di
Capo Verde riguarda infatti la famiglia. “Ragioni storiche
e ambientali - ha detto un religioso con trent’anni di esperienza
capoverdiana - hanno determinato situazioni particolari che, unite
all’emigrazione forzata (due terzi della popolazione è
fuggita nel corso degli anni da siccità e povertà),
hanno creato una mentalità che non tiene in conto la famiglia
“tradizionale”. Compresa naturalmente quella “cattolica”,
che invece dovrebbe essere presente e generale, se è vero
che Capo Verde, ex oggetto del desiderio delle potenze coloniali,
sulla carta è il Paese più cattolico dell’Africa
(95%).
In tempi più vicini a noi l’introduzione del matrimonio
civile, l’euforia della libertà portata dall’indipendenza
(una libertà non capita, ovviamente), la sfiducia reciproca
tra i due sessi, l’espatrio, il turismo, la migliorata situazione
economica, le telenovelas brasiliane che presentano una realtà
fittizia e che sono viste senza la dovuta capacità critica,
hanno peggiorato la situazione, per cui i matrimoni si contraggono
(se si contraggono) quando ormai i figli sono grandi e solo se c’è
un sacerdote che sappia far riflettere con garbo e parole convincenti”.
La statistica diocesana del 2001 è quanto mai eloquente.
In alcune parrocchie dell’isola di Santiago si sono avuti
295 battesimi e due matrimoni; a S. Antão 237 battesimi e
9 matrimoni; a Fogo, in una delle parrocchie meglio organizzate,
202 battesimi e quattro matrimoni.
La diocesi ha avvertito da tempo il problema e lo ha affrontato
con varie strategie, ma i risultati sono stati inferiori alle attese.
“Finché non si farà una catechesi continua e
capillare - ha aggiunto il religioso - non si avranno risultati
confortanti. La scarsità di clero impedisce che ci siano
segretariati efficienti; la sfiducia impedisce di ricorrere alla
collaborazione dei laici (in diocesi non esiste il diaconato); l’indifferenza
ritarda o non aggiorna la formazione dei catechisti; la povertà,
vera o presunta, impedisce la preparazione dei sussidi catechistici.
Per la catechesi fino alla quarta elementare abbiamo testi preparati
in diocesi; per le altre classi dobbiamo usare quelli che vengono
da fuori e che riflettono realtà qui sconosciute. La loro
“importazione”, inoltre, non stimola le intelligenze
locali a inventare qualcosa di “indigeno”, e cosi i
ragazzi debbono adattarsi a modi di pensare diversi da quelli a
cui sono abituati, facendo grossi e inutili sforzi.
Eppure la nostra gente è fondamentalmente buona. Non è
vero che si accontenta solo delle canzoni di Cesaria Evora; ha profonde
aspirazioni religiose e, pian piano, si potrebbe costruire qualcosa
di valido. Anche se per (ri)costruire la famiglia si dovrebbe partire
quasi da zero. Per questo abbiamo sviluppato i jardims; se non si
comincia dai piccoli si costruisce senza fondazioni e l’arcipelago
potrebbe tornare ad essere lo zerbino della storia, com’è
accaduto in passato”.
Li abbiamo visitati i jardims, piccoli, ampi, moderni, luminosi,
angusti, pieni di giochi o affidati solo alla fantasia delle monitrici,
attaccati al monte, in riva all’oceano, all’ombra del
vulcano, piegati dal vento, lucidi di sole... Capo Verde è
un mondo un sedicesimo e vi si trovano le situazioni più
impensate: l’aridità del deserto; la maestosità
dei monti; la freschezza delle oasi; la morbidezza delle valli;
il verde delle colline.
Ne abbiamo visti a Praia Branca, a Ribeira Prata, a Ortelão,
a Cachaço, a Vila, a Fajà, a Juncalinho, di S. Nicolau;
a S. Vicente; a Brava; a Porto Novo, a Casa de Meio, a Ribeira das
Patas di S. Antão; a Cha das Caldeiras di Fogo, a due passi
dalle banderuole di fumo che escono dal vulcano, tutti stipati di
bambini pieni di vita e furaci come sciami di vespe.
“Qui a Fogo - mi dice Padre Federico Cerrone - alcuni sono
aiutati dalla Germania, la quale non finanzia più progetti
a fondo perduto, come faceva in passato, ma vuole accompagnare le
forze del luogo con serietà e responsabilità. Con
la Germania non si bara: oltre a esigere i soliti resoconti periodici,
invia ispettori a sorpresa che osservano, assistono alle lezioni
e giudicano con molta obiettività.
Inutile dire che i jardims sono quasi tutti diretti dalle parrocchie:
il governo ne ha pochi e vorrebbe sbarazzarsene, ma non dà
nessun aiuto, pur imponendo programmi suoi. Noi riusciamo a tirare
avanti grazie all’aiuto del PAM, alla ridicola quota di partecipazione
che chiediamo a chi può darla e, soprattutto, a un buon numero
di amici italiani coordinati dal Segretariato delle Missioni di
Torino; gente che ha capito la necessità di partire dall’infanzia
per un domani capoverdiano diverso.
I nostri ospiti hanno da quattro a sei anni. Chi a sei anni ha fatto
due anni di jardim può cominciare le elementari; gli altri
debbono aspettare i sette anni. I programmi sono più o meno
uguali a quelli adottati dai Paesi di tutto il mondo: disegno, costruzioni,
canto, narrativa, lingua (a Capo Verde si parla criolo, ma nei jardims
si insegna portoghese n.d.r. ), un po’ di aritmetica, gioco
e i primi elementi della religione.
Nelle scuole capoverdiane non si insegna religione, “confinata”
solo nelle parrocchie. Ma nei jardims se ne parla, perché,
secondo quanto mi pare abbia detto Natalia Ginsburg e altri, ‘nessuno
ha il diritto di dire al suo bambino che Dio non esiste. Lo si può
fare con altre convinzioni, ma con questa no’.
Pur essendo una realtà nuova, i jardims hanno attecchito
bene e per noi sono un buon punto di osservazione, dato che ci mettono
in contatto con la famiglia (quando c’è) o solo con
le mamme, alle quali possiamo ricordare che il figlio è un
dono di Dio; che non è un piccolo dell’uomo, bensì
un uomo piccolo, da non liberarsene prima che nasca, da non relegare
alla periferia degli affetti (o da consegnare ai nonni, come generalmente
avviene), ma da introdurre nel cuore della famiglia.
I bambini che frequentano la scuola materna “partono”
bene, per questo vorremmo aprirne di più, soprattutto nei
luoghi maggiormente disagiati, dove os rapazinhos da pobreza, i
bambini della povertà, non hanno niente, neppure la strada
che, se può essere occasione di devianza, potrebbe anche
essere un luogo di lavoro e di convivialità che aiuta a maturare”.
Egidio Picucci
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