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LA MISSIONE NEL SESTO CONTINENTE

La missione ha trovato un altro continente, il sesto, in cui svolgere la propria attività. E’ un continente giovanissimo e così vicino che l’abbiamo in casa, costituito dalla massa di immigrati che vent’anni fa era composta da “studenti d’oltremare” e oggi da una moltitudine che è difficile ridurre in cifre.
Per gli immigrati cattolici, tuttavia, si hanno numeri abbastanza precisi, per cui sappiamo che essi sono dai 400 ai 450 mila (500 mila con i non censiti), costituendo il 32% di tutti gli immigrati, superati, in forza della regolarizzazione, dai musulmani che costituiscono il 33%.
E’ logico che, di fronte a questa presenza, ci si chieda che cosa si fa per l’ assistenza spirituale, per il dialogo interreligioso o ecumenico. Al benemerito lavoro delle chiese locali e dei parroci, primi responsabili dei cattolici che vivono nel loro territorio, si é aggiunta l’opera della Conferenza Episcopale, che ha messo in piedi alcune strutture serie ed efficienti. Infatti per le 45 etnie presenti nel Paese sono stati messi a disposizione 200 centri autonomi e varie decine di “succursali” quasi ovunque servite da un sacerdote della stessa etnia, il più adatto a comprendere la religiosità e a mantener vive le tradizioni e la cultura degli immigrati.

Per capire meglio la capillarità dell’organizzazione, può servire di esempio quello che avviene nella diocesi di Roma, nella quale vive il 91% dei 232 mila cattolici stranieri presenti nel Lazio. Di loro si interessano otto missioni con cura d’anime , una parrocchia personale; cinque cappellanie; una decina di centri pastorali.
Le missioni hanno facoltà parrocchiali, per cui i cattolici godono dei benefici legati a ogni parrocchia; la parrocchia personale è riservata ai cattolici ucraini e abbraccia l’intera diocesi; le cappellanie (per cinesi, iracheni, egiziani, cattolici di rito malabarico, ecc.), in qualche caso hanno facoltà particolari: ai cattolici di rito malabarico, per esempio, i responsabili possono amministrare il sacramento della cresima. I centri pastorali generalmente sono sorti per iniziativa personale, come quello che si interessa dei capoverdiani, dei dominicani, degli egiziani, ecc.
I meglio organizzati e serviti sono i filippini, per i quali a Roma è stata riservata una chiesa nei pressi della stazione Termini, a cui fanno capo 33 centri pastorali in cui tutte le domeniche si reca un sacerdote loro connazionale. Buona anche l’organizzazione per i nigeriani, assistiti da un sacerdote del luogo che si interessa anche di altri cattolici anglofoni, come quelli dello Sri Lanka. I polacchi, oltre al servizio offerto dalla loro chiesa nazionale (a Roma ce ne sono una ventina, tutte attente alle necessità dei propri connazionali), usufruiscono anche di quello di quattro centri periferici, affidati al loro clero.

A Milano e a Torino c’è più o meno la stessa organizzazione con quattro o cinque centri per i filippini, qualche parrocchia personale e più d’una missione con cura d’anime. A Treviso sono stati aperti recentemente centri per le comunità ivoriana, nigeriana e cinese che lavorano con impegno e costituiscono punti di riferimento sicuro anche per immigrati di altre nazionalità, alcuni dei quali chiedono il battesimo.
I meno organizzati sembrano i latino-americani, per i quali sono aperti soltanto tre o quattro centri periferici in tutta Italia. Comunque anche per loro si sta pensando a strutture più numerose e più efficienti.
Per varie ragioni il sud del Paese non offre altrettanta efficienza: i centri sono pochi e non tutti sono serviti regolarmente. Fanno eccezione anche qui i filippini, per la cui assistenza tutte le domeniche da Roma partono 17/18 sacerdoti che si recano a Palermo, Bari, Napoli, Lecce per il culto festivo e per quanto altro può servire alla vita spirituale dei propri connazionali: corsi per fidanzati, catechismo agli adulti, ecc.

Per quanto si riferisce al dialogo interreligioso, va detto che con i musulmani si è fatto più d’un tentativo, soprattutto in occasione di alcune loro ricorrenze particolari, come la fine del ramadan e la festa del sacrificio. C’è chi reputa la loro presenza completamente negativa, dimenticando che negativi sono l’ateismo e la negazione di Dio (o il fanatismo), non una religione. Buono anche il dialogo ecumencio di base con cristiani di altre confessioni, fatto di gesti pratici, come la concessione temporanea di chiese per il culto (a Verona) o addirittura a tempo indeterminato, come a Roma, dove agli etiopi e agli egiziani ortodossi è stato concesso l’uso di una chiesa centrale.
Un proverbio africano dice che “quando Dio creò il tempo, ne creò molto”: chi dice che a lungo andare queste forze giovani non potranno non giovare alla nostra Chiesa?

Egidio Picucci

 

 

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