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Trecento anni fa una grande avventura missionaria

LA CAMPANA DI LHASA:
LA DIFFICILE MISSIONE DEI CAPPUCCINI NEL TIBET

Il 14 marzo 1703 Papa Clemente XI firmò il Decreto con cui affidava la missione del Tibet e Regni adiacenti alla Provincia dei Cappuccini delle Marche. E’ una data storica, non tanto per i successi che si ottennero, quanto perché si trattò, forse, del più audace tentativo della storia delle Missioni, del quale resta un simbolo significativo: la campana che i missionari portarono a Lhasa e che vi si trova ancora, muta testimonianza di un’impresa leggendaria.
La missione nacque dalle informazioni raccolte dal cappuccino francese P. Francesco Maria da Tours dai carovanieri che dal Tibet scendevano a Pondicchery e Surat durante il lungo inverno himalayano, e secondo le quali a Lhasa vivevano antiche comunità cristiane emigrate dalla Persia e dall’Afganistan per sfuggire alle invasioni tartare. Tornando in Europa, egli ne parlò ai responsabili di Propaganda Fide, aggiungendo che, a suo parere, era necessario interessarsi direttamente di quei cristiani che, a dire di molti, “vestiti come cappuccini e carmelitani, vivevano nei conventi, dicevano l’ufficio e avevano sempre il rosario in mano…”

Propaganda credette alle informazioni e decise di costituire una Prefettura dai confini piuttosto vaghi (ad oram Gangis versus Regna Tibet), affidandola non ai Gesuiti, che avevano fatto una puntata nel Tibet verso il 1624, ma ai Cappuccini, il cui Ministro Generale la propose ai confratelli delle Marche.
Furono scelti quattro religiosi, P. Giovanni Francesco da Camerino, P. Felice da Montecchio (Treia), P. Giuseppe da Ascoli Piceno e P. Giuseppe Maria da Fossombrone, che insieme al promotore della missione, P. Francesco da Tours e Fra Fiacrio da Parigi, si imbarcarono a Livorno il 7 maggio 1704, arrivando a Lhasa dopo tre anni e 36 giorni.
Non tutti, però, perché due morirono in viaggio (Fra Fiacrio e P. Francesco Maria, Prefetto della missione), mentre i quattro sopravvissuti arrivarono uno dopo l’altro a Bander Abbas, nello stretto di Ormus (dove furono riconosciuti e aiutati da un cattolico indiano), poi a Madras e Pondicchery e l’8 aprile 1706 finalmente a Chandernagor, piccola colonia francese nel regno del Bengala. P. Francesco, che era dovuto tornare a Madras a prendere i bagagli, vi arrivò a nuoto a causa d’un naufragio sottocosta che gli fece perdere tutto.

Dopo una sosta per acclimatarsi, apprendere i primi rudimenti del tibetano e pattuire con i mercanti il tragitto, P. Giuseppe da Ascoli e P. Francesco da Tours si incamminarono verso Lhasa, mentre P. Felice da Treia, nominato Prefetto da P. Francesco Maria, restò a Chandernagor che divenne il “campo base” della missione con tanto di chiesetta dedicata alla Madonna di Loreto, costruita nel 1720.
I due coraggiosi missionari arrivarono a Lhasa il 12 giugno 1707, smarriti in una città dall’aspetto lunare, irreale, dominata dal Potala, il palazzo del Dalai Lama, alto oltre il fiume Kyuchu, e senza l’ombra d’un cristiano. I viaggiatori avevano sicuramente scambiato per cristiani gli oltre 20 mila monaci buddisti che vivevano comunitariamente nei loro monasteri e vestivano “come i cappuccini e i carmelitani”. C’era di che scoraggiarsi: chilometri interminabili, fiumi guadati con l’acqua fino alla cintola o attraversati su ponti di corde oscillanti sull’abisso, vessazioni di decine di doganieri, compagnia di mercanti senza scrupoli per assistere solo qualche cristiano di passaggio! Decisamente poco per chi sognava un’evangelizzazione vera e propria.

Senza l’aiuto di un mercante armeno che procurò un alloggio e ottenne loro un permesso di soggiorno come medici, probabilmente avrebbero dovuto lasciare la città. La qualifica non fu una trovata geniale, ma corrispondeva a realtà, perché i due cappuccini si intendevano davvero di medicina e in poco tempo P. Francesco divenne una celebrità, soprattutto dopo aver curato e guarito alcuni nobili. Naturalmente lavoravano gratuitamente, o tutt’al più accettavano qualcosa da mangiare perché i morsi della fame a un certo punto divennero insopportabili.
In due anni la situazione divenne tragica, tanto che P. Francesco partì per Katmandu in cerca di aiuti (morì a Patna nel 1709), lasciando solo P. Giuseppe per cinque mesi. Fortunatamente nel maggio 1709 arrivarono due confratelli, giunti fortunosamente a Katmandu vestiti da mercanti: un terzo, P. Giovanni da Fano, era rimasto a Chandernagor. P. Domenico, altro esperto in medicina, guarì la moglie del re Lha-bzan Khan; ma questo, se fece aumentare il prestigio, non risolse la situazione economica. Il freddo e la fame costrinsero P. Giuseppe a lasciar Lhasa per andare in cerca di aiuti a Chandernagor (morì in viaggio il 20 dicembre 1710), accompagnato dal neo-arrivato Fra Michelangelo. Allora si mosse per Lhasa P. Domenico, che era arrivato con gli altri due dopo un viaggio che li aveva portati in Brasile e nel Perù. Arrivò a Lhasa un anno dopo. Alla fine del 1711 i due furono richiamati a Chandernagor dal Vice Prefetto, che non voleva farli morire tra le nevi. Ubbidirono, anche se il lavoro cominciava ad andare abbastanza bene, grazie al catechismo che P. Domenico aveva preparato in tibetano con l’aiuto di un interprete.

Con il loro arrivo nella piccola colonia francese si chiudeva la prima spedizione tibetana.
Lo sbarco a Chandernagor di altri religiosi, tra cui il famoso P. Orazio da Pennabilli, consentì di riaprire la missione (1716). Proprio mentre tutto faceva presagire giorni migliori, grazie anche alla preparazione che P. Orazio aveva avuto per aver passato un anno con i monaci di Sera, scoppiò la rivoluzione (1717) che portò i Tartari al potere. L’ospizio fu devastato e i missionari furono fustigati a sangue perché rivelassero il nascondiglio del denaro. Per salvarsi lasciarono la casa e vissero sei-sette mesi nascosti in una grotta. Seguirono tre anni difficilissimi: i missionari si salvarono perché c’era bisogno della loro attività medica, ma rischiarono di essere deportati.
Con l’ordine riportato a Lhasa nel 1720 dall’esercito cinese, anche la missione visse dieci anni di assoluta normalità, arricchendosi della presenza di un altro medico, P. Gioacchino da Esanatoglia. Le autorità permisero l’acquisto di un terreno e accettarono che si costruisse un conventino (iniziato nel 1724 e inaugurato il 4 ottobre 1726) con chiesa annessa, dedicata all’Assunta. A chi rimproverava al supremo Gran Lama l’eccezionale concessione, fu risposto che “i lama europei erano giunti nel Tibet solamente per giovare e fare del bene a tutti i viventi e andavano perciò pacificamente trattati”.

Erano passati 25 anni e finalmente c’erano tutte le premesse per un lancio in grande stile. Se non che a Roma, visto che i successi tardavano a venire, fu deciso di ridurre aiuti e personale. La disposizione era eccessiva e arrivava nel momento più inopportuno. P. Orazio, che era stato nominato Prefetto (la notizia gli arrivò sei anni dopo!) decise di recarsi a Roma. Fermatosi per qualche tempo a Katmandù, fu messo in carcere per quattro mesi perché il re reputava il cattolicesimo sovversivo nei confronti del regno, poi partì per l’Europa, arrivando a Roma nel giro di un anno (1735-1736).
Il tempo gli aveva permesso di preparare quattro relazioni ben documentate che presentò ai responsabili, ottenendo personale e mezzi, compresa una tipografia con relativo tipografo, Fra Paolo da Firenze, ex impiegato nella tipografia del Granducato di Toscana. Tra i nuovi missionari c’erano uomini di valore, come il bresciano P. Giuseppe Maria da Gargnano, fondatore della missione di Bettià, e i marchigiani P. Cassiano Beligatti da Macerata e P. Costantino Mochi da Loro Piceno, a cui si debbono interessanti resoconti sui luoghi e i costumi del Nepal e del Tibet.

Nel frattempo, però, era rimasto solo a Lhasa P. Gioacchino, che non riuscì a sopportare la solitudine e, consegnata al re la chiave dell’ospizio, andò a Katmandù, portando con sé un attestato di gratitudine per l’ottimo servizio sanitario prestato alla popolazione.
Si chiudeva così il secondo periodo missionario.
Il terzo cominciò con una strategia nuova, e cioè aprendo varie missioni sul percorso Chandernagor-Lhasa, indispensabili per garantire in rifornimenti dalle retrovie. La missione fu riaperta nel 1741 e, grazie anche all’attività della tipografia, si ebbero le prime conversioni con relativi battesimi.
Fu l’inizio della fine.
I Lama, capirono che, dietro l’attività medica, i missionari miravano alla diffusione del Vangelo, distruggendo la secolare connessione tra politica e religione, e insorsero in massa. L’occasione fu data dal rifiuto dei neo battezzati a partecipare alla preghiera comunitaria, a cui erano tenuti come cittadini e ad accogliere la benedizione del Dalai Lama. A nulla valsero le spiegazioni dei missionari; il 22 maggio 1742 cinque cristiani vennero fustigati in piazza.

P. Orazio si preoccupò seriamente: le autorità, che prima simpatizzavano per lui, ora lo evitavano; la gente disertava perfino l’ambulatorio: restare era pericoloso e fu deciso di lasciare definitivamente Lhasa.
Era il 20 aprile 1745.
La folla invase la casa e la distrusse furiosamente, anche perché si era sparsa la voce che i Lama bianchi avessero nascosto i loro libri sacri sotto il pavimento per calpestarli. La furia di struggitrice risparmiò solo la campana, la Te Deum laudamus che P. Marco da Tomba aveva ottenuto da un ammiraglio inglese nel 1757 mentre i suoi uomini a Chandernagor stavano distruggendo le fabbriche e la fortezza appartenenti alla compagnia francese.
Finì così la missione tibetana in cui dal 1704 al 1745 lavorarono 40 cappuccini marchigiani. Una fine deludente, dovuta a un insieme di cause che gli storici stanno esaminando. Aspettando che le indichino con obiettività, se ne possono elencare alcune su cui tutti convengono: scarsa preparazione dei missionari; ambiente difficile; distanza incolmabile da Roma (una lettera impiegava due anni per arrivare e altri due per portare la risposta); viaggi massacranti (in inverno la terra era così ghiacciata che non si riusciva a infilarvi i chiodi per fissare la tenda); clima impossibile; mancanza pressoché assoluta di risorse economiche.

I missionari si adattarono a tutte le evenienze e lamentarono non tanto i silenzi di chi avrebbe dovuto aiutarli, quanto l’impreparazione, tanto da raccomandare ai superiori di preparare opportunamente i futuri missionari con soltanto con lo studio della teologia, ma anche dell’astronomia, della matematica, della medicina e della meccanica, perché “i buttiani amano molto queste scienze”.
Essi furono ascoltati con l’apertura in Ancona di un collegio specializzato (1790) nella preparazione di missionari da inviare nel Tibet e regni adiacenti. Ma troppo tardi!
Resta, comunque, il coraggioso tentativo di uomini generosi; resta il contributo che essi diedero alla conoscenza del Tibet e del Nepal, e della stessa lingua tibetana con la compilazione di un dizionario che resta un’opera unica nel suo genere e che fa onore a uomini che, secondo l’accademico maceratese Giuseppe Tucci “scrissero nella storia delle missioni una pagina eroica con la semplicità degli animi eletti”.

Egidio Picucci

 

 

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